Gennaio 2008


Quattro chiacchiere con Alessandro Raina degli Amor Fou, per parlare di musica, letteratura ed altro. Una band che si fa aprezzare per il discorso portato avanti, e per gli indubbi risultati di qualità.

1) Pensando alla vostra musica m`e` venuto in mente l`aggettivo ricercata, non nel senso tecnico del termine, bensi nel senso che e` musica di ricerca, del suono giusto per le parole, delle parole giuste per il suono, senza dimenticare l`importanza di entrambi, sia a livello concettuale che ritmico. Insomma, credo sia un effetto degli artisti che dite di amare.

Si e no.

 Si nel senso che gli artisti che amiamo, in particolare Battisti, erano dei veri maniaci della produzione. Pur scrivendo melodie immediate e universali Lucio Battisti passava ore e ore a lavorare sulla forma delle canzoni, a cercare le influenze giuste, a curare i suoni, gli arrangiamenti, e sicuramente parte del nostro amore per la musica risiede anche nell’essere consapevoli che con il do it yourself e la fretta si fa poca strada, anche e soprattutto nel pop. E’ un atteggiamento molto poco comune oggi, e in questo ci sentiamo assolutamente retrò.

 No nel senso che le parole sono uscite tutte in modo molto spontaneo e veloce non appena ci sembrava di aver trovato la melodia giusta. Alcune canzoni (per esempio ‘Cos’è la libertà’) le ho scritte in due ore e in generale la stesura dei testi mi ha prso pochissimo. Se mi mettessi a lavorare di cesello, almeno ora, non ne uscirei piu’.

Nonostante si possa pensare il contrario nei miei testi non c’è alcuna ricercatezza. Semplicemente ho aspettato di avere l’età giusta e l’esperienza giusta per poter affrontare la lingua italiana, e dopo anni passati a leggere e scrivere forse oggi il tutto mi viene piu’ naturale di quanto non sarebbe stato dieci anni fa.

 2)Concordo sulla fretta come cattiva consigliera, e comunque il fatto di leggere, soprattutto supportato da un tempo lungo di decantazione, giova visibilmente alla costruzione, anche veloce, dei tuoi testi; da dove e` nato il titolo dell`album?

Il Cannibale, è un appellativo che come tanti ho scoperto leggendolo appiccicato a Eddie Merckx e penso faccia un certo effetto. Al di là di questo abbiamo individuato nel Cannibale tutte quelle forze centrifughe che minano un sistema di cose dall’interno, sia esso un  sistema individuale (come una storia d’amore) o collettivo (come  l’equilibrio precario della società). L’idea del cannibalismo è che tutto ciò che ci divora proviene da dentro di noi, siamo noi, non è  né Dio (che ha altro a cui pensare) né il Sistema, né qualsiasi altra  sovrastruttura a cui di solito si dà la colpa di tutto.

 3) bella questa spiegazione, quindi mi pare di capire che e` comunque un album che cerca in un certo qual modo di descrivere questa sorta di autocombustione, un album forte nel suo prendere una posizione 

Esattamente. Prendere una posizione è stato un atto connaturato alla musica pop, nel senso di ‘popolare’ fino ad inizio anni ‘80, una fase in cui, attraverso il mito fasullo del ‘disimpegno’, della superficialità spacciata per un nuovo modo di intendere l’arte, si è rimosso quasi completamente il contatto fra etica ed estetica, nella musica e di conseguenza nella vita. Essendo – almeno io e Leziero – un pò moralisti non abbiamo faticato a fare nostra l’attitudine dell’epoca che rievochiamo pur sapendo che oggigiorno tutto ciò avrebbe potuto essere tacciato di autocompiacimento. Ma sono rischi che si devono correre, soprattutto se si parla (anche) ai ventenni, che di cosa accadde quarant’anni fa (nella musica, nell’arte, nella società..) sono semrpre piu’ -pericolosamente- ignari. Se non si vogliono correre rischi è meglio tacere, a meno che non si sappia maneggiare l’altra grande arma narrativa a disposizione di chi vuole raccontare il passato, ossia la satira. In questo senso un’opera riuscitissima e complementare alla ‘Stagione del Cannibale’ può essere ‘Morte accidentale di un anarchico’ di Dario Fo (autore che pure non adoro).

4) “L’amore spesso è soltanto un prestito con cauzione” questa frase è nel vostro sito in myspace, vuoi commentarla?

E’ una citazione di uno scrittore meraviglioso e geniale, Gesualdo Bufalino, grande pessimista cosmico. Un uomo capace di catturare il senso della realtà attraverso frasi brevi, ciniche come schegge e illuminanti. 

5) Concordo su Bufalino e visto che siamo in tema:altri scrittori che ti senti di consigliare, magari accostati ad un album di qualche musicista? 

Visto che siamo in tema mi sento di consigliare alcuni libri che ho letto durante la scrittura del disco, in particolare:Il mestiere di vivere di PaveseIl conformista di MoraviaLa fiamma e la celtica di Rao (un saggio sulla destra italiana da Salò al dopo Fiuggi)Vita di un ragazo di vita, una splendida autobiografia di Franco CittiPiazza Fontana di Pierangelo MaurizioL’età dell’oro di Edoardo NesiL’anno luce di GennaFrammenti di un discorso amoroso di BarthesSenza commozione di Sgalla  Mi è difficile accostare uno scrittore a un disco. Il libro resta una forma di espressione così esclusiva e densa da impedirmi qualsiasi associazione. Faccio un’eccezione per il primo disco degli Altro, Candore, che mi ha sempre ricordato la purezza dei romanzi pasoliniani di borgata, come Ragazzi di vita o Una vita violenta. 

6) “Purezza” , cosa intendi per purezza, ed in che modo, oggi, la musica può essere ancora un’espressione pura d’arte?

E’ difficile dire cosa è puro e cosa non lo è. C’era purezza nei calci di punizione di Platini o nelle tele di Rossetti ma erano loro dei puri ? Probabilmente no.Per me la sintesi della purezza in musica, senza andare lontano, è ‘Cerchi nell’acqua’ di Paolo. Molta purezza è nello lo sguardo di Jeff Tweedy, nella voce di Thom Yorke, o nel primo disco degli Altro. La musica non può fare a meno di esprimere la purezza, non dell’arte ma del mondo, e spesso ci riesce. 

7) ultima domanda: la musica che hai in macchina adesso? la cassetta/il vinile/il cd che più hai consumato?

Non guido! Però è presto detto In rainbows/ Radiohead – Chimera/Ardecore – Sky Blue Sky/Wilco – La fille du regiment / G. Donizetti

 

Due parole con Marco Fasolo, mastermind dei Jennifer Gentle, realtà in ascesa fuori dai territori nazionali, grazie ad un approccio musicale fresco ed energico allo stesso tempo. Di gran tenuta Live.

   

1) Allo Marco, come ci si trova a dirigere la nave? Un album interamente composto da te, nella nebbia, a quanto pare, del nord Italia? Pare ne sia unscito un lavoro dalle chiare ispirazioni e tutto meno che annebbiato. 

“In un certo senso non è cambiato molto, perché ho sempre scritto tutte le canzoni dei Jennifer Gentle, e già con Valende avevo praticamente suonato ogni strumento tranne batteria e percussioni. Questa volta c’è stata l’assunzione di ulteriori responsabilità, però non è stata una cosa drammatica: avevo in testa un’idea di suono ben precisa e credo di essere riuscito a tradurla su nastro. The Midnight Room è un album molto personale, non sarebbe potuto essere registrato diversamente” 

2) Infatti si percepisce dal mood generale che l`album e` parecchio personale, quale pezzo e` nato per primo o ha dato l`incipit all`idea dell`album? e quale ti lega di piu all`album precedente? 

“Il pezzo che in qualche modo ha segnato la direzione dell’album è stato Telephone Ringing, uno dei primi a essere composti e una sorta di indicazione generale su quel che volevo ottenere. Un brano come Electric Princess è invece il più ovvio riferimento a Valende, anche se nel suono è definitivamente Midnight Room” 

3) da dove nasce il titolo del disco? un suggerimento a chi ascolta l`album? un mood? o due parole che ti piacevano accostate? 

“Il titolo è stata l’ultima cosa che ho deciso, quando ormai l’album era già terminato. Cercavo un’immagine che in qualche modo riassumesse il tono generale del disco, e Midnight Room sembrava incarnarlo abbastanza bene. Richiama insieme la notte e un luogo chiuso, oscuro, forse stregato, perché questo è senz’altro un album asfittico, dove filtra davvero poca luce” 

4) quindi la dimensione raccolta ed emozionale sara una bella sfida durante il tour, cosa ti piace della dimensione live e cosa no? 

“Le nuove canzoni, dopo un mese e mezzo di tour negli Stati Uniti, sono più che testate e sono molto contento della loro resa live. Riusciamo ad essere potenti senza sacrificare nulla in termini di dettaglio. La nuova formazione dei Jennifer Gentle (che ora comprendono Andrea Garbo alla chitarra, Francesco Candura al basso, Liviano Mos alle tastiere e Paolo Mongardi alla batteria) mi soddisfa completamente. I pezzi live che abbiamo registrato per Daytrotter (vedi link più sotto) danno una buona idea del grado di compattezza che abbiamo raggiunto dal vivo”. http://www.daytrotter.com/article/1034/from-the-beady-little-eyes-of-the-enchanted-forest 

5) grazie per il link, effettivamente, si sente una certa compattezza di suono. Qualche aneddoto di questo Tour negli States? 

“Troppi momenti curiosi per ricordarli tutti – almeno per noi, andare in tour in America è come entrare in una sorta di gigantesco luna park. Incontri gente di tutti i tipi, dall’hippie di San Francisco alla vecchietta texana. In un negozio di strumenti abbiamo incontrato per caso un tipo che ci aveva visto suonare a Kunming, in Cina. Ci è capitato di dormire sul pavimento di un locale ma a Los Angeles siamo stati ospitati da una sceneggiatrice che vive in una villa con terrazza panoramica sulla città. Ad Asheville ci hanno portato in visita alla fabbrica della Moog. Ma forse il ricordo più bello è stato il soggiorno a St.Juan Island, un’isoletta al confine con il Canada. Siamo stati invitati a fare da headliner per un festival organizzato da un ricco appassionato di musica rock del posto, il posto era straordinario, l’ospitalità incredibile – per l’ultima canzone una parte del pubblico è salita a ballare sul palco, è stata davvero un’esperienza strana. Ci hanno anche mandato delle immagini girate quella notte, che trovi qui sotto:
 
http://youtube.com/watch?v=aFLNXyCXGKE
http://youtube.com/watch?v=aFLNXyCXGKE
http://youtube.com/watch?v=aFLNXyCXGKE

6) Bene, invece, un episodio che ti ha fatto voglia di tornare in Italia di corsa? In questo periodo nel quale pare in Italia si stia solo con le balle girate… 

“Il tour è stato lungo e faticoso, con spostamenti estenuanti, però se sei in un gruppo rock e stai suonando in America non c’è davvero niente che ti vorrebbe far tornare a casa. E’ l’esperienza più istruttiva e gratificante che ti possa capitare. Adesso per noi le cose in Italia sono molto migliorate, ma se i Jennifer Gentle sono sopravvissuti sino ad oggi lo devono esclusivamente all’interesse riscosso in altri paesi”  

7)una band italiana che ti ha colpito ultimamente, ed un pezzo che ti piacerebbe coverizzare?

“Mi piace moltissimo il disco di Beatrice Antolini, e mi piace un gruppo come i Father Murphy. Tra i gruppi che ho ascoltato recentemente mi ha colpito una band padovana chiamata Feral Children: stanno avorando al loro primo album e mi sembravano molto interessanti. Per quel che riguarda le cover, mi piacerebbe un giorno farne una di I’m Going Slightly Mad dei Queen – o magari qualcosa degli Sparks”.

(ultima domanda): la tua colonna sonore preferita?

“In questo momento direi Per Favore Non Mordermi Sul Collo di Krszystof Komeda – ma domani potrebbe essere qualcosa di Ennio Morricone  o dei  Goblin”.

1)Poesia=arte marziale? C’è una disciplina di fondo di cui necessita la poesia? 

 

Certamente. Una disciplina in sé ferrea, che contempla il massimo della professionalità, vale a dire il non plus ultra del mestiere. Tuttavia, sapendo che il mestiere non basta. Perché poi c’è il talento. La poesia è una paradossale miscela di supermestiere e di supertalento. Il poeta è ipercolto, eppure ha una spinta interiore capace di mettere a tacere tutta la sua cultura.

2)Verso libero, nel tuo percorso/processo poetico quale è la sua valenza? rispetto anche a metriche più regolari

Sono, per così dire, darwiniano. Solo ciò che si trasforma è destinato a durare. Così anche nella creatività, anzi soprattutto nella creatività. Perciò il passato conta solo come alimento ed esca per ciò che accade. E ciò che accade nel grande movimento metamorfico della realtà è sempre nuovo, anche se è fatto di ciò che c’era prima. Anche in poesia. Così tutto evolve: non solo il verso libero dalle forme chiuse, ma anche il nuovo verso balbettante dal verso libero. Perché, alla fine, ogni epoca ha la sua musica (in poesia, la musica è tutto). E la nostra non ha più niente a che fare con quella di fine Ottocento, figuriamoci con quella di prima. La nostra musica è sincopata e il suo ritmo è franto, rotto, frantumato, balbettante. Proprio come la nostra voce, di gente con la coscienza a pezzi.

3)Raccolta di poesia del 2007 che ti ha lasciato l’amaro in bocca?

L’amaro? Direi nessuna. Sono un lettore onnivoro di poesia. Bella o brutta, più o meno interessante. Pronto a capire, ma distinguendo. Non dietro al mio gusto. Per curiosità.

Paolo Ruffilli

micro-interviste di Stefano Lorefice

1)Poesia=arte marziale? C’è una disciplina di fondo di cui necessita la poesia? 

La disciplina dell’imparare a vivere, cercando di non farsi troppo male. Mai dimenticando che le parole sono specchi della vita, non entità astratte. Ma, come lo specchio, sono dotate di un’aurea, di un essere altro, comunque, che ha bisogno di una sua magnifica veste. Più che di arte marziale, restando alla tua metafora,  io farei riferimento alla veste che si indossa quando si fa karate.

2)Verso libero, nel tuo percorso/processo poetico quale è la sua valenza? rispetto anche a metriche più regolari

Nessuna metrica, nessuna scelta precostituita; ma dopo aver letto molto, dopo aver ascoltato molto.  Non parlo solo di libri. Piuttosto mi regolo sull’ascolto del respiro, che non è sempre uguale nei diversi momenti della giornata e dell’anno. E cerco di capire, come mi ha insegnato un mio amico, con quale parte del corpo io scrivo. Credo di scrivere col diaframma.

3)Raccolta di poesia del 2007 che ti ha lasciato l’amaro in bocca?

Più di una, come sempre. Ma  potrei fare il nome di poeti affermati che, mi sembra, siano ormai in crisi creativa. Per esempio L’ultimo libro di Mussapi. Ma la questione riguarda molti della sua generazione. 

Sebastiano Aglieco  

micro-intervista di Stefano Lorefice

1) Poesia=arte marziale? C’è una disciplina di fondo di cui necessita la poesia? 

Detta cosi vengono alla mente monaci in contemplazione, asceti o Bu (guerrieri, secondo la terminologia giapponese).  Ma l’arte marziale ricordo che nasce come arte dell’autodifesa e dell’autocontrollo e su quest’ultimo punto mi soffermerei: ci vuole senz’altro un controllo che chi opera in poesia deve porre verso se stesso, per una serie di ragioni. La prima è l’attenzione al significato che si persegue nella propria poesia, con tutte le accezióni che vi convogliano. La seconda è comprendere quanto un proprio scritto sia valido o quanto vi si debba ancora lavorare ed è la parte più difficile: riconoscere gli sbagli ma senza camuffarli, correggerli infine. La poesia non è partenogenesi, non nasce senza che un qualcosa abbia fecondato l’ovulo dell’idea. Rinunciare al blabla per trovare invece il punto di contatto tra la membrana esterna attraverso la quale avvengono gli scambi (e quindi il sapere farsi permeare dalla realtà – a mio avviso – )  e quell’infinitesimale nucleo col protoplasma che è il cuore che governa la crescita. Solo cosi la poesia sviluppa, cresce appunto, diventa…


 
2) Verso libero, nel tuo percorso/processo poetico quale è la sua valenza? rispetto anche a metriche più regolari…

La poesia diciamo che è un grande DNA, un acido nucleico che contiene le informazioni genetiche necessarie alla biosintesi (ovvero costituire molecole complesse partendo da composti più semplici). In questo caso, per semplici io leggo già scritte, mentre la molecola complessa è quella che verrà sintetizzata secondo il proprio percorso e che diverrà la propria lingua..Per quanto riguarda me: dopo aver appreso altri stili, dopo essermi nutrito di metriche regolari, ho cercato qualcosa che fosse più in sintonia con la mia lingua. Ora scrivo poesie composte da una serie di terzine a verso libero ed un verso staccato – in chiusura – epigrammatico. Vedi? anche nel verso libero ricerco comunque una sorta di gabbia. Eppure è una gabbia solo apparente, in realtà è – per il mio sviluppo “cellulare” – una libertà inaudita. Proprio come per quelle creature che si sono sviluppate – mutando il DNA – per abitare ambienti ostili. Ma quella concezione di ostilità non è avvertita dalla creatura, bensì da altre, quelle esterne, che abitano altri ambienti…


 
3) Raccolta di poesia del 2007 che ti ha lasciato l’amaro in bocca?

Diverse e per ragioni diverse. Citerò le due più importanti: 

L’almanacco dello specchio edito per Mondadori. Ancora una volta à più un gioco di cappella che non onestà nelle proposte (alcune per altro validissime, senza remore in merito). Ma c’è troppo gioco di squadra con giocatori “solo di casa nostra”. Le modalità di comportamento e scelta sono l’amaro in bocca, e questo manda in malora la presenza di una pubblicazione che potrebbe davvero fare il punto. 

Musc.io e roe di Fabio Franzin: è una raccolta straordinaria, come verrà poi attestato dai premi (importanti) vinti. E’ un peccato che non sia in mano ad un grande editore. D’altro canto, è una fortuna che sia finita tra le mani di Fabrizio Bianchi che è la testa de Le Voci Della Luna editore: la purezza della poesia trova l’onestà di chi la promuove. Nell’amaro in bocca, ecco una nota dolcissima che ripaga.     

Fabiano Alborghetti nasce a Milano nel 1970, vive a Paradiso (Lugano). Ha pubblicato Verso Buda (LietoColle, 2004) e L’opposta riva (ibid, 2006). Nel 2008 uscirà la plaquette d’arte Ruota degli esposti (edizioni fuoridalcoro, Mendrisio). Ha inoltre curato i volumi Corale (Le Voci Della Luna Editore, 2007) e con Giampiero Neri Il Segreto delle fragole 2008 (LietoColle). Oltre ad essere stato tradotto in Spagnolo, Francese, Tedesco ed Arabo, suoi testi sono inoltre inseriti in una moltitudine di antologie e nel cdlibro ATTENZIONE! USCITA OPERAI (No Reply, 2007). Collabora con diverse riviste, è drammaturgo teatrale e opera come consulente per diverse case editrici.

micro-intervista di Stefano Lorefice

1) Poesia = arte marziale? C’è una disciplina di fondo di cui necessita la poesia?  

La poesia necessita da parte di chi la scrive una continua attenzione nei confronti del proprio sé, del sé altrui e nei confronti dell’assoluto che tramite essa si vuole raggiungere (almeno per me che teorizzo l’arte come una tensione verso un assoluto dell’essere). La continua attenzione è disciplina, è metodo, è lucida capacità di dominare l’opera senza offenderla, ma solo parandosi da essa. 

2) Verso libero, nel tuo percorso/processo poetico qual è la sua valenza rispetto anche a metriche più regolari? 

Il verso libero mi dà la possibilità di poter narrare in poesia. Conosco la metrica, mi stupisce positivamente chi scrivi in metrica (vedi ad esempio D’Elia o la Valduga in “Requiem”), ma frequentando, io, maggiormente la prosa poetica più del verso spezzato, preferisco una maggiore libertà di/nel linguaggio, quindi tendo ad evadere da ogni possibile gabbia formale. 

3) Raccolta di poesia del 2007 che ti ha lasciato l’amaro in bocca? 

“Nel bosco” di Elisa Biagini, Ed. Einaudi 2007. Ma anche le precedenti raccolte, della suddetta, mi hanno deluso, reputando, la sua poesia, ‘finta’ (cioè costruita, artificiale, ‘furba’) e lei un’autrice sopravvalutata, come poi sono sopravvalutati l’ 80% dei poeti italiani considerati interessanti o importanti dalla critica (… critica di solito e del resto formata da altri poeti sopravvalutati). Il tempo dirà, io ho detto adesso.

 Gian Ruggero Manzoni

micro-intervista di Stefano Lorefice

1)Poesia=arte marziale? C’è una disciplina di fondo di cui necessita la poesia?  

“Marziale” sembra riferirsi perfettamente al mio modo di intendere la poesia, visto che la mia raccolta si intitola “Il cielo di Marte”… Ogni cosa, comunque, ha una propria disciplina. Anche la spontaneità. Anche il respiro. Chi ha bambini per casa sa che tutto va trasmesso, anche la tecnica per soffiarsi il naso. Anche la tecnica di guardare le cose. Mi viene poi in mente (seppure sia juventino) un ormai vecchio spot di Ronaldo (è tornato di moda, adesso, no?): “la potenza è nulla senza controllo”… 

2)Verso libero, nel tuo percorso/processo poetico quale è la sua valenza? rispetto anche a metriche più regolari 

Considerando quanto detto sopra, sono d’accordo con Eliot: “il verso libero non esiste”. Ciò che apparentemente non ha regole, segue regole nascoste. Ciò che è scritto con la presunzione di non seguire regole, è vittima di regole che nemmeno conosce, vale a dire abitudini, limiti non percepiti, spontaneismo ingenuo… Tutto questo, attenzione, non per puntare a una poesia eccessivamente intellettualistica e “troppo consapevole”, ma perché bisogna apprendere anche il ritmo giusto dell’abbandono, la strategia per assecondare le ombre… 

3)Raccolta di poesia del 2007 che ti ha lasciato l’amaro in bocca? 

Dovrei dire tutte, ma rischierei di essere frainteso e passare per superbo. Che importa? dico effettivamente tutte. Sopra tutte, se proprio serve un titolo, dico quella di Bonnefoy, che è pur valida, ma dai grandi si pretende sempre qualcosa di più. 

Andrea Temporelli è un poeta extraterrestre che si è impossessato del corpo di un critico, di cui è bello tacere il nome. Ha pubblicato Il cielo di Marte (Einaudi 2005), di cui ha svelato qualche retroscena sul blog www.ilcielodimarte.splinder.com

 

micro-intervista di Stefano Lorefice

“La Boutique del mistero” Mondadori (2000)

Autore: Dino Buzzati

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