quattro parole con Unni Løvlid, pigiate qui
Musica/interviste
2 Luglio 2008
Intervista
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11 Febbraio 2008
Intervista agli Yellow Capra
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Band del milanese che si presenta alla seconda prova discografica sfornando, per la seconda volta, un album di estremo interesse e dalla forte personalità. Talentuosi, con idee e da vedere almeno una volta dal vivo.
1) Allora, nuovo album (stupendo n.d.r.), come è nato, c’è un concetto che lega le canzoni? Ascoltando i pezzi pare di assistere, caratteristica del vostro progetto, ad uno scorrimento in sotto/sovra – impressione di immegini in loop. Musica che sconfina nell’oltre-musica, contaminazione aperta. Come la vedete voi?
In questo disco siamo in 7. 7 teste pensanti. diverse. a volte contrapposte. ma senza un leader. si suona insieme. si fanno lunghe jam e poi come attraverso uno spremiagrumi tiriamo fuori le canzoni. la componente immagine si è sviluppata sempre più, dato che è preponderante durante i live dell’ultimo anno e mezzo. chez de dè è un non-luogo di incontro, dove stare sereni tra noi, o appartatati con noi stessi, o in compagnia dei nostri amici. è come se fosse un locale con la saracinesca abbassata dopo la chiusura.
2)Bella immagine, un concerto che ricordate con particolare piacere, ed uno che…vabbeh…era meglio stare a casa?
Ricordiamo il concerto al Cox18 qui a Milano, di supporto ai Calla. E’ un posto fantastico anche per ascoltare musica dal vivo. Il migliore a Milano. Anche per le persone. Il centro sociale era zeppo, era aprile e si stava bene fuori la sera.
A volte i concerti che abbiamo fatto non ci sono piaciuti, altre volte si. Dipende se sul palco riusciamo a dialogare tra noi. tra gli strumenti. Ma dipende anche dagli spazi sul palco e da come riusciamo a posizionarci. Una volta è capitato a Monza. Una di quelle volte in cui mentre gli altri suonano vorresti prendere baracca e burattini e andare a casa.
3) “dialogare” dici, effettivamente la vostra musica trasmette questo continuo dialogare fra gli strumenti, si percepisce l’evoluzione stessa delle canzoni in un senso crescente, saranno infinite le vostre prove? deve essere un piccolo spettacolo
La sala prova è di per sè fredda. Agli inizi provavamo a casa delle due sorelle (flauto e violoncello) e il calore del luogo, dei tappeti, delle pietanze serali, degli infissi di legno ci restituivano qualcosa di insostituibile. fortunatamente negli ultimi due anni e mezzo abbiamo trovato una sala prova che fosse una seconda casa (Ram Studios). in cui essere rilassati e gestita da due persone (Sandro e Flavia) che sarebbero potute essere di famiglia. E anche qui si è ricreato quell’abitat per lasciarsi andare a lunghe “sinfonie”.
4) A livello musicale ed emotivo, quali sono le differenze fra i vostri due album? Voglio dire la matrice è la stessa, chiara e personale, ma secondo me c’è un’evoluzione di fondo…magari a livello di temi e non solo…
Il primo è stato pensato e vissuto suonando in un sottotetto. quindi era più forte il feeling con la musica rock da camera, anche per i volumi e le dinamiche. da lì il gruppo si è evoluto anche come organico. chi si è aggiunto ha fatto arricchire il suono. e se all’inizio compenevamo in 5 adesso siamo in 7. se all’inizio c’era più presenza di violino-flauto adesso abbiamo sviluppato dei brani con sax e tastiera.
5)Vogliamo parlare dei titoli delle canzoni?
..sempre molto particolari il nostro motto, fin dall’inizio è stato: non prendersi troppo sul serio. Anche se il tipo di musica può essere malinconico, languido, serio. i titoli non sono campati in aria, come si potrebbe pensare, ma hanno sempre un aggancio con il momento della composizione, e con qualche idea del momento. quando uno di noi ne propone uno, se tutti sorridiamo al titolo, è aggiudicato.
6) se gli yellow Capra fossero un film? quale?
Ti direi “Cous Cous” (La graine et la mulet) che è appena uscito sugli schermi italiani, per un paio di motivi. Intanto perchè è un film condotto come fosse una sinfonia, con momenti tranquilli, impennate, passaggi concitati, susseguirsi di azione. E questo andamento mi ricorda la costruzione dei nostri brani.
E poi il film sembrerebbe recitato come fosse teatro di strada e invece la conduzione degli attori è ben studiata. Così se i nostri pezzi potrebbero sembrare frutto di un’improvvisazione di un momento (live, dico) in realtà nasce da parti predefinite in cui potersi muovere.
7) per il vostro ultimo album avete in programma date all’estero?
Speriamo in primavera di andare in Germania. La nostra booking, Daniele di Promorama, sta organizzando.
8 ) Una band che ha influenzato, anche solo a livello emozionale, il vostro percorso?
La cosa divertente è che abbiamo background musicali ed ascolti a volte totalmente opposti. Per questo ci si sorprende sempre quando riusciamo a trovarci in un punto, che rappresenta un po’ un incontro. Posso dire che una buona emanazione emozionale l’avevano data i rachel’s.
9) Ultima domanda: se ci fosse uno strumento da aggiungere alla band? Quale?
O una seconda chitarra per puntare sulle intersezioni post punk o un violino per accellerare la melodrammaticità. A pensarci bene anche una tromba per arricchire la sezione fiati. Sarebbe bello allargarci…
sito ufficiale della band, pigiate qui
intervista di Stefano Lorefice
29 Gennaio 2008
Intervista agli Amor Fou
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Quattro chiacchiere con Alessandro Raina degli Amor Fou, per parlare di musica, letteratura ed altro. Una band che si fa aprezzare per il discorso portato avanti, e per gli indubbi risultati di qualità.
1) Pensando alla vostra musica m`e` venuto in mente l`aggettivo ricercata, non nel senso tecnico del termine, bensi nel senso che e` musica di ricerca, del suono giusto per le parole, delle parole giuste per il suono, senza dimenticare l`importanza di entrambi, sia a livello concettuale che ritmico. Insomma, credo sia un effetto degli artisti che dite di amare.
Si e no.
Si nel senso che gli artisti che amiamo, in particolare Battisti, erano dei veri maniaci della produzione. Pur scrivendo melodie immediate e universali Lucio Battisti passava ore e ore a lavorare sulla forma delle canzoni, a cercare le influenze giuste, a curare i suoni, gli arrangiamenti, e sicuramente parte del nostro amore per la musica risiede anche nell’essere consapevoli che con il do it yourself e la fretta si fa poca strada, anche e soprattutto nel pop. E’ un atteggiamento molto poco comune oggi, e in questo ci sentiamo assolutamente retrò.
No nel senso che le parole sono uscite tutte in modo molto spontaneo e veloce non appena ci sembrava di aver trovato la melodia giusta. Alcune canzoni (per esempio ‘Cos’è la libertà’) le ho scritte in due ore e in generale la stesura dei testi mi ha prso pochissimo. Se mi mettessi a lavorare di cesello, almeno ora, non ne uscirei piu’.
Nonostante si possa pensare il contrario nei miei testi non c’è alcuna ricercatezza. Semplicemente ho aspettato di avere l’età giusta e l’esperienza giusta per poter affrontare la lingua italiana, e dopo anni passati a leggere e scrivere forse oggi il tutto mi viene piu’ naturale di quanto non sarebbe stato dieci anni fa.
2)Concordo sulla fretta come cattiva consigliera, e comunque il fatto di leggere, soprattutto supportato da un tempo lungo di decantazione, giova visibilmente alla costruzione, anche veloce, dei tuoi testi; da dove e` nato il titolo dell`album?
Il Cannibale, è un appellativo che come tanti ho scoperto leggendolo appiccicato a Eddie Merckx e penso faccia un certo effetto. Al di là di questo abbiamo individuato nel Cannibale tutte quelle forze centrifughe che minano un sistema di cose dall’interno, sia esso un sistema individuale (come una storia d’amore) o collettivo (come l’equilibrio precario della società). L’idea del cannibalismo è che tutto ciò che ci divora proviene da dentro di noi, siamo noi, non è né Dio (che ha altro a cui pensare) né il Sistema, né qualsiasi altra sovrastruttura a cui di solito si dà la colpa di tutto.
3) bella questa spiegazione, quindi mi pare di capire che e` comunque un album che cerca in un certo qual modo di descrivere questa sorta di autocombustione, un album forte nel suo prendere una posizione
Esattamente. Prendere una posizione è stato un atto connaturato alla musica pop, nel senso di ‘popolare’ fino ad inizio anni ‘80, una fase in cui, attraverso il mito fasullo del ‘disimpegno’, della superficialità spacciata per un nuovo modo di intendere l’arte, si è rimosso quasi completamente il contatto fra etica ed estetica, nella musica e di conseguenza nella vita. Essendo – almeno io e Leziero – un pò moralisti non abbiamo faticato a fare nostra l’attitudine dell’epoca che rievochiamo pur sapendo che oggigiorno tutto ciò avrebbe potuto essere tacciato di autocompiacimento. Ma sono rischi che si devono correre, soprattutto se si parla (anche) ai ventenni, che di cosa accadde quarant’anni fa (nella musica, nell’arte, nella società..) sono semrpre piu’ -pericolosamente- ignari. Se non si vogliono correre rischi è meglio tacere, a meno che non si sappia maneggiare l’altra grande arma narrativa a disposizione di chi vuole raccontare il passato, ossia la satira. In questo senso un’opera riuscitissima e complementare alla ‘Stagione del Cannibale’ può essere ‘Morte accidentale di un anarchico’ di Dario Fo (autore che pure non adoro).
4) “L’amore spesso è soltanto un prestito con cauzione” questa frase è nel vostro sito in myspace, vuoi commentarla?
E’ una citazione di uno scrittore meraviglioso e geniale, Gesualdo Bufalino, grande pessimista cosmico. Un uomo capace di catturare il senso della realtà attraverso frasi brevi, ciniche come schegge e illuminanti.
5) Concordo su Bufalino e visto che siamo in tema:altri scrittori che ti senti di consigliare, magari accostati ad un album di qualche musicista?
Visto che siamo in tema mi sento di consigliare alcuni libri che ho letto durante la scrittura del disco, in particolare:Il mestiere di vivere di PaveseIl conformista di MoraviaLa fiamma e la celtica di Rao (un saggio sulla destra italiana da Salò al dopo Fiuggi)Vita di un ragazo di vita, una splendida autobiografia di Franco CittiPiazza Fontana di Pierangelo MaurizioL’età dell’oro di Edoardo NesiL’anno luce di GennaFrammenti di un discorso amoroso di BarthesSenza commozione di Sgalla Mi è difficile accostare uno scrittore a un disco. Il libro resta una forma di espressione così esclusiva e densa da impedirmi qualsiasi associazione. Faccio un’eccezione per il primo disco degli Altro, Candore, che mi ha sempre ricordato la purezza dei romanzi pasoliniani di borgata, come Ragazzi di vita o Una vita violenta.
6) “Purezza” , cosa intendi per purezza, ed in che modo, oggi, la musica può essere ancora un’espressione pura d’arte?
E’ difficile dire cosa è puro e cosa non lo è. C’era purezza nei calci di punizione di Platini o nelle tele di Rossetti ma erano loro dei puri ? Probabilmente no.Per me la sintesi della purezza in musica, senza andare lontano, è ‘Cerchi nell’acqua’ di Paolo. Molta purezza è nello lo sguardo di Jeff Tweedy, nella voce di Thom Yorke, o nel primo disco degli Altro. La musica non può fare a meno di esprimere la purezza, non dell’arte ma del mondo, e spesso ci riesce.
7) ultima domanda: la musica che hai in macchina adesso? la cassetta/il vinile/il cd che più hai consumato?
Non guido! Però è presto detto In rainbows/ Radiohead – Chimera/Ardecore – Sky Blue Sky/Wilco – La fille du regiment / G. Donizetti
20 Gennaio 2008
Intervista ai Jennifer Gentle
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Due parole con Marco Fasolo, mastermind dei Jennifer Gentle, realtà in ascesa fuori dai territori nazionali, grazie ad un approccio musicale fresco ed energico allo stesso tempo. Di gran tenuta Live.
1) Allo Marco, come ci si trova a dirigere la nave? Un album interamente composto da te, nella nebbia, a quanto pare, del nord Italia? Pare ne sia unscito un lavoro dalle chiare ispirazioni e tutto meno che annebbiato.
“In un certo senso non è cambiato molto, perché ho sempre scritto tutte le canzoni dei Jennifer Gentle, e già con Valende avevo praticamente suonato ogni strumento tranne batteria e percussioni. Questa volta c’è stata l’assunzione di ulteriori responsabilità, però non è stata una cosa drammatica: avevo in testa un’idea di suono ben precisa e credo di essere riuscito a tradurla su nastro. The Midnight Room è un album molto personale, non sarebbe potuto essere registrato diversamente”
2) Infatti si percepisce dal mood generale che l`album e` parecchio personale, quale pezzo e` nato per primo o ha dato l`incipit all`idea dell`album? e quale ti lega di piu all`album precedente?
“Il pezzo che in qualche modo ha segnato la direzione dell’album è stato Telephone Ringing, uno dei primi a essere composti e una sorta di indicazione generale su quel che volevo ottenere. Un brano come Electric Princess è invece il più ovvio riferimento a Valende, anche se nel suono è definitivamente Midnight Room”
3) da dove nasce il titolo del disco? un suggerimento a chi ascolta l`album? un mood? o due parole che ti piacevano accostate?
“Il titolo è stata l’ultima cosa che ho deciso, quando ormai l’album era già terminato. Cercavo un’immagine che in qualche modo riassumesse il tono generale del disco, e Midnight Room sembrava incarnarlo abbastanza bene. Richiama insieme la notte e un luogo chiuso, oscuro, forse stregato, perché questo è senz’altro un album asfittico, dove filtra davvero poca luce”
4) quindi la dimensione raccolta ed emozionale sara una bella sfida durante il tour, cosa ti piace della dimensione live e cosa no?
“Le nuove canzoni, dopo un mese e mezzo di tour negli Stati Uniti, sono più che testate e sono molto contento della loro resa live. Riusciamo ad essere potenti senza sacrificare nulla in termini di dettaglio. La nuova formazione dei Jennifer Gentle (che ora comprendono Andrea Garbo alla chitarra, Francesco Candura al basso, Liviano Mos alle tastiere e Paolo Mongardi alla batteria) mi soddisfa completamente. I pezzi live che abbiamo registrato per Daytrotter (vedi link più sotto) danno una buona idea del grado di compattezza che abbiamo raggiunto dal vivo”. http://www.daytrotter.com/article/1034/from-the-beady-little-eyes-of-the-enchanted-forest
5) grazie per il link, effettivamente, si sente una certa compattezza di suono. Qualche aneddoto di questo Tour negli States?
“Troppi momenti curiosi per ricordarli tutti – almeno per noi, andare in tour in America è come entrare in una sorta di gigantesco luna park. Incontri gente di tutti i tipi, dall’hippie di San Francisco alla vecchietta texana. In un negozio di strumenti abbiamo incontrato per caso un tipo che ci aveva visto suonare a Kunming, in Cina. Ci è capitato di dormire sul pavimento di un locale ma a Los Angeles siamo stati ospitati da una sceneggiatrice che vive in una villa con terrazza panoramica sulla città. Ad Asheville ci hanno portato in visita alla fabbrica della Moog. Ma forse il ricordo più bello è stato il soggiorno a St.Juan Island, un’isoletta al confine con il Canada. Siamo stati invitati a fare da headliner per un festival organizzato da un ricco appassionato di musica rock del posto, il posto era straordinario, l’ospitalità incredibile – per l’ultima canzone una parte del pubblico è salita a ballare sul palco, è stata davvero un’esperienza strana. Ci hanno anche mandato delle immagini girate quella notte, che trovi qui sotto:
http://youtube.com/watch?v=aFLNXyCXGKE
http://youtube.com/watch?v=aFLNXyCXGKE
http://youtube.com/watch?v=aFLNXyCXGKE
6) Bene, invece, un episodio che ti ha fatto voglia di tornare in Italia di corsa? In questo periodo nel quale pare in Italia si stia solo con le balle girate…
“Il tour è stato lungo e faticoso, con spostamenti estenuanti, però se sei in un gruppo rock e stai suonando in America non c’è davvero niente che ti vorrebbe far tornare a casa. E’ l’esperienza più istruttiva e gratificante che ti possa capitare. Adesso per noi le cose in Italia sono molto migliorate, ma se i Jennifer Gentle sono sopravvissuti sino ad oggi lo devono esclusivamente all’interesse riscosso in altri paesi”
7)una band italiana che ti ha colpito ultimamente, ed un pezzo che ti piacerebbe coverizzare?
“Mi piace moltissimo il disco di Beatrice Antolini, e mi piace un gruppo come i Father Murphy. Tra i gruppi che ho ascoltato recentemente mi ha colpito una band padovana chiamata Feral Children: stanno avorando al loro primo album e mi sembravano molto interessanti. Per quel che riguarda le cover, mi piacerebbe un giorno farne una di I’m Going Slightly Mad dei Queen – o magari qualcosa degli Sparks”.
(ultima domanda): la tua colonna sonore preferita?
“In questo momento direi Per Favore Non Mordermi Sul Collo di Krszystof Komeda – ma domani potrebbe essere qualcosa di Ennio Morricone o dei Goblin”.
11 Gennaio 2008
Band che con l’ultimo album “Dopoguerra” ha riscosso, a ragione, un notevole successo di pubblico e critica. Grazie anche a composizioni influenzate da Cure, Smiths con delle iniezioni energiche di rock e delle melodie di classe, mai banali, in grado di piacere ai più.
Intervista di Stefano Lorefice
I responsi di Dopoguerra sono stati molto soddisfacenti. L’album è stato ben recepito anche in ambiti alternative ed indie. La cosa ci ha fatto enormemente piacere perchè in un certo senso premia il nostro sforzo di allontanarci dalle sonorità di Undressed Momento, album ancora troppo influenzato dall’avantgarde metal scandinavo ed anglosassone.
Parte del merito va anche alla Prophecy, la nostra nuova casa discografica, che ha compiuto una promozione molto estesa anche al di fuori della scena metal-gothic. il nostro lavoro, fornito finalmente di una distribuzione adeguata è arrivato nelle mani di ascoltatori nuovi che hanno apprezzato la nostra proposta ed hanno fatto girare il nostro nome in circuiti più consoni alla direzione stilistica di Dopoguerra.
Grazie alle buone recensioni ricevute un po’ ovunque in Europa abbiamo firmato un contratto con Wings of Destiny una delle più quotate agenzie di booking tedesche la quale ha organizzato la scorsa estate il nostro primo tour europeo.
Le date dal vivo sono state una più indimenticabile dell’altra. All’estero, in Germania soprattutto, la gente vive la musica in maniera molto diversa rispetto a quanto succede in Italia. L’audience è attenta, educata. Se non gli vai a genio non protesta, non fischia. Ascolta, applaude ugualmente. I locali sono attrezzatissimi. Persino la venue più sperduta della Baviera possiede impianti di amplificazione all’avanguardia, mixer nuovi, camerini. Alcuni mettono a disposizione addirittura posti letto.
Di aneddoti da raccontare quindi ce ne sarebbero veramente tanti. La nostra vita on the road è stata molto intensa.
A Ludensheid, in Germania, ad esempio ci hanno invitato a suonare ad una festa universitaria di fine anno accademico (School out party). Ci siamo esibiti di fronte ad un pubblico di studenti ubriachi che hanno ballato, sudato, bevuto ( e vomitato) per tutta la durata del nostro set. Sembrava di essere nel video di “Smell like teen Spirits”. Mancava solo il canestro alle nostre spalle. A fine concerto, siamo stati fermati da un signore canuto ultrasessantenne che si è definito un nostro grandissimo fan. Era contornato da moglie e figli mentre si faceva firmare il booklet di Dopoguerra. Ci ha detto che la sua famiglia ascoltava il nostro album tutti i giorni.
Al Meraluna festival di Hildesheim invece, quando siamo arrivati nell’area concerti ci hanno portato nel nostro camerino. Era la prima volta che ne avevamo uno con tanto di targhetta attaccata sulla porta. Alla nostra destra c’era quello dei VnV Nation, davanti quello dei 69 Eyes. Pochi metri più a destra quello degli Skinny Puppy. Per grandezza e complessità, ogni camerino rispettava una ferrea gerarchia. Il nostro era il “modello base”, senza optional. Quindi pochi metri quadrati, due tavoli, due sedie, uno specchio illuminato, un piccolo cesto di birra, un altro di acqua minerale ed un canestro con una dose razionata di frutta, canditi, cioccolatini.I gruppi di media importanza come i 69 Eyes, oltre ad avere a disposizione quello che avevamo noi possedevano due poltrone ( simbolo di potere che ricordava da vicino la famosa pianta di fucus fantozziana) e qualche metro quadrato in più. Band in vista come i VNV Nation avevano ancora più poltrone ( in pelle umana?) e addirittura un ventilatore. Skinny Puppy e Sister of Mercy, i gruppi headliner avevano camerini che sembravano loft: poltrone ovunque, cesti di frutta lunghi un metro, ventilatore e un frigorifero. Il frigorifero nel camerino era un segno distintivo importantissimo. Se ce l’avevi facevi parte dell’elite. Ci siamo divertiti un mondo a notare come il mondo dello showbusiness alla fine si muova secondo dinamiche molto simili a quelle aziendali..
State già scrivendo pezzi nuovi?
Si, siamo a buon punto con la stesura dei brani che andranno a comporre il prossimo album la cui uscita dovrebbe avvenire entro i primi mesi del 2007. Non anticipo nulla sui contenuti. Vogliamo mantenere il giusto livello di suspance fino al giorno della release. L’unica cosa che posso affermare con certezza è che il nostro terzo lavoro prenderà le distanze sia da Undressed Momento che da Dopoguerra.
In fase di composizione come lavorate? Jam-session ad oltranza?
Le canzoni nascono a casa, durante le mie jamsession solitarie di chitarra acustica. Scrivo i riff e le melodie vocali, poi il tutto viene arrangiato collettivamente durante le prove. Si tratta di un metodo efficace che ci permette di lavorare con velocità. Successivamente ci concentriamo sulla registrazione di provini casalinghi che rappresentano il momento in cui quello che abbiamo provato si trasforma nella canzone definitiva. Spesso molte intuizioni nascono direttamente in studio durante le registrazioni ufficiali. Alcune melodie di chitarra, svariate armonizzazioni sono il frutto di una vera e propria improvvisazione. Alla fine scrivere canzoni è come preparare una torta. Crei l’impasto con ingredienti essenziali, gli dai una forma mettendolo nella teglia e alla fine lo guarnisci con i canditi, lo zucchero a velo, le scaglie di cioccolato, senza rispettare una ricetta fissa.
E per i testi?
I testi sono la ciliegina sulla torta, la spruzzata di crema sulla sommità. Nascono all’ultimo perché sottostanno alla scansione metrica delle linee vocali, quindi necessitano che il brano abbia già una certa struttura.
Non mi è mai capitato di scrivere una canzone partendo dal testo. Nel mio caso sono le melodie che suggeriscono le parole; non viceversa.
C’é qualche libro letto che ha influenzato i vostri testi?
All’epoca di Undressed Momento rimasi folgorato da “La tana della iena” il romanzo autobiografico di Hassan Itab, il giovanissimo terrorista palestinese che nel 1982, in seguito allo sterminio della sua famiglia presso il campo profughi di Chatila, decise di compiere ( senza riuscirci) un attentato kamikaze in un ufficio della British Air situato a Roma.
Ho molto a cuore la questione palestinese e “La tana della iena” mi è sembrato un ottimo punto di partenza per la stesura del testo di Pale Song, una canzone che tratta appunto del conflitto israelo-palestinese. Per le medesime liriche ho citato anche alcuni frammenti di “Israfel”, una delle più belle poesie scritte da Edgar Allan Poe; un’ invocazione all’”angelo con la centra” che secondo la tradizione coranica annienta i nemici dell’Islam con la sola forza della sua musica.
I testi di Dopoguerra sono stati influenzati molto dalla narrativa di Primo Levi. “La tregua” prende spunto proprio dall’omonima opera dello scrittore torinese. Mi hanno aiutato anche le pagine di Luigi Meneghiello e Beppe Fenoglio, oltre alla splendida produzione del collettivo Wu Ming. Asce di Guerra e soprattutto 54 ( da cui abbiamo “rubato” la frase “Non è dopoguerra, è solo un’altra guerra – it’s not postwar,it’s just another war”) raccontano frammenti indimenticabili dell’Italia post bellica.
Sul prossimo album ci sarà una canzone ispirata a “Catcher in rye” di J.D. Salinger. Adoro questo libro, lo trovo così vicino alla musica dei Klimt 1918. E’ un romanzo di attraversamenti notturni, di solitudine, malinconia e speranza. Tutti temi toccati dalle nostre canzoni. Niente riassume gli intenti dei Klimt1918 più del capitolo in cui Holden Caulfield, dopo le lunghe peregrinazioni newyorkesi torna a casa nel cuore della notte e si siede vicino alla sorellina Phoebe per guardarla dormire.
Quale é stata la band che ti ha fatto venire l’idea di cominciare a suonare?
Ce ne sono diverse, una per ogni stagione della mia vita. Ho cominciato con gli Iron Maiden alla fine degli anni ’80. Mi piaceva lo stile di Adrian Smith e Dave Murray. Mi induceva ad improvvisare di fronte allo specchio lunghe “sessioni” di airguitar. La spinta definitiva ad imbracciare lo strumento me l’hanno data i Metallica. Adoravo James Hetfiled e la sua Gibson Explorer. Ai miei occhi di adolescente non c’era nulla di più esteticamente appagante. La geometria irregolare della chitarra, le coreografie disegnate in aria dai suoi capelli lunghi producevano in me violente smanie emulative.
Date dal vivo a breve?
Durante l’ estate parteciperemo ad alcuni festival europei. Nulla comunque di particolarmente impegnativo. Le registrazioni del terzo album sono alle porte. Dobbiamo necessariamente concentrarci su di esse tralasciando l’attività live.
Band emergente della scena italiana che ti senti di segnalare?
Direi senza dubbio Seven Low Down. Il loro album d’esordio “Room, city, landscape” merita grande attenzione: indie emo melodico ed ispirato che sento di consigliare a tutti coloro che apprezzano la nostra proposta musicale.
11 Gennaio 2008
I Devics sono una realtà in ascesa, hanno prodotto dei lavori di tutto rispetto, dotati di spessore artistico non facilmente riscontrabbile in altre bands. Musica umorale, densa, magmatica nel suo insinuarsi sotto la pelle. Rock interiore ed un percorso coerente negli anni, fino ad arrivare all’ultimo “Push the heart”.
Intervista di Stefano Lorefice
Devic : vergine in serbo ? Mi sbaglio ? Qual é il significato per voi ?
Sara: Si. Pero’, quando sentimmo la parola per la prima volta, ci fu detto che era una piccola musa protettrice della conoscienza.
Vivere in Italia é un modo per entrare nel mood compositivo? O semplicemente uno staccare la spina dagli States?
Sara: Penso che essere lontani da casa nostra ci dia la possibilità di concentrarci sulla musica. Essere in un luogo isolato e focalizzare tutto sulle sette note. Dustin vive molto più di me in Italia, io mi divido un po’ fra i due paesi.
”Push the heart” é appena uscito, c’é qualcosa che vorresti cambiare nell’album?
Sara: Sempre. Non mi sento mai soddisfatta al 100% ad ogni registrazione. Ma ad un certo punto dobbiamo decidere che é terminato il lavoro, ed andare oltre. Ma comunque sono molto contenta del nuovo album.
Ho trovato “Come Up” e “Salty Seas” veramente intimiste, é questa intimismo il vero senso dell’lp?
Sara: Forse. Non ho mai pensato a cio’ in questi termini.
Avete registrato lp in casa? Lavorate insieme?
Sara: abbiamo fatto un sacco di registrazioni in casa. Abbiamo anche registrato delle parti a Los Angeles. Agli Stereo Disguise con Pall dei Black Heart Procession e sempre a LA con Tracy Chisholm ai Del Boca Vista. La maggior parte della musica é stata composta da Dustin in Italia, mentre io ero ancora a Los Angeles. Mi ha spedito le musiche per farmi cominciare a lavorare sulle mie idee. Poi, una volta in Italia, abbiamo lavorato molto sul tutto, ma quasi tutte le vocals le ho composte nella mia camera da letto in Italia.
Cosa stai ascoltando in questo momento?
Adesso Juana Moina, Hem, Isan, Belle & Sebastian, Black Heart Procession, Laura Veirs, Tom Waits & Maria Dolores Pradera.
Grazie, un’ultima domanda: la più bella città italiana?
Mmmmm…difficile sceglierne una….diro’ Catania.
Intervista di Stefano Lorefice, uscita per “Impatto Sonoro” il 9 luglio 2006
12 Dicembre 2007
Intervista ai Gatto Ciliegia
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Gruppo del «panorama» italiano di sicuro interesse; capace di arrivare con album, sempre intensi ed artisticamente toccanti, a crearsi un seguito di affezionati ascoltatori. Tecnica al servizio dello spessore che dovrebbe avere la composizione. Musica per chi vede nelle sette note una possibilità in più per trascendere oltre le immagini. Riassumendo: artisti veri.
Ecco il risultato di una chicchierata con Max dei Gc…
Intervista di Stefano Lorefice
Allora, quali news ?
Questo è un anno dedicato ai progetti paralleli. Spesso si pensa ai progetti paralleli come desiderio di “individualismo”: un gruppo per un po’ si disgrèga e i singoli componenti curano i propri sentimenti creativi, perché prima o poi capita, perché è utile dopo anni di rapporti artistici stretti.
In alcuni casi dietro alla denominazione “progetti paralleli” si cela una voglia di cambiamento, stanchezza di stare in gruppo, voglia di “divano”, voglia di crearsi una famiglia solida, voglia di viversi gli ultimi sgoccioli di giovinezza fuori dalle umide, buie cantine.
Nel nostro caso c’è poco di tutto questo. Il progetto parallelo grosso a cui stiamo lavorando, la cui uscita è prevista per questo autunno, ci vede ancora una volta complici, con fatica e passione, tutti e tre. La novità più forte è che uscirà per una nuova etichetta e distribuzione con cui stiamo progettando l’album nuovo (per il 2007) e altro. Non vado oltre e non comunichiamo ufficialmente ancora nulla per evitare malintesi: lo faremo prossimamente insieme alla nostra attuale etichetta e distribuzione (Santeria/Audioglobe) che continua a supportare con grande rispetto e competenza il lavoro fatto fino a oggi.
Poi uscirà a breve un album per la Mexicat (un’etichetta che creammo noi anni fa), anche questo parallelo alla discografia felina e totalmente gratuito, disponibile sul sito gattociliegia.it..
Sono previste partecipazioni ad eventi dal vivo, come quella interessante del 23 aprile, Volumi all’idrogeno, in occasione della giornata mondiale del libro (Torino è capitale del libro quest’anno): un incastro tra musica, letteratura e video assolutamente speciale, realizzata con i gruppi piemontesi che ammiriamo particolarmente
Parliamo del vostro ultimo lp, “L’Irreparable”?
Un album importante, ci ha dato moltissime soddisfazioni. Ne approfitto e ti “tiro una sola” non da poco (come si dice da stè parti): per i nostri dischi sono state spese molte parole gratificanti.
Per quest’ultimo in alcuni casi si è giunti addirittura alla sacralità come alla legittima e costruttiva critica. Finalmente!.
E’ un peccato solo per chi non l’ha compreso. Per noi era necessario metterci in gioco sperimentando un nuovo metodo di composizione che stravolgesse totalmente il nostro precedente. Quell’album è incredibile, nasce da frammenti di suoni, incollati come puzzle. Il risultato, esclusivamente per noi che abbiamo ben presente quale è stata la lavorazione, è un “capolavoro” estemporaneo e non ripercorribile. Opinioni di parte, molto personali.
E’ pieno di improvvisati scrittori e critici che pubblicano perlopiù su internet, privi di pudore. Per diletto, buttano merda sui gruppi, senza conoscerne la storia e la fatica per ottenere un minimo di riscontro “trasversale” in un paese di pochi attenti ascoltatori e perdipiù “esterofili”.
Difendo la mia categoria pur consapevole che vale anche il contrario (tantissime sono le proposte musicali e non sempre interessanti).
Ma torniamo alla rete: questo è il prezzo che bisogna pagare, la libertà del meraviglioso media internet crea spesso ‘mostri di incompetenza’ come invece puoi scoprire scrittori interessanti, inaspettatamente.
Che dire… perdona lo sfogo, in realtà crediamo molto nella capacità di valutazione di chi fruisce di questo fantastico mezzo di comunicazione per recepire notizie musicali, che sta cambiando i modi di fruizione delle arti, dell’informazione.
Ultimamente crediamo poco invece nella “comunità italiana” in generale, quella che si definisce oltretutto indipendente, quella che frequenta i “forum di discussione” : non si rende conto di essere tossicodipendente da invidia, da ego esagerato, da falsissima modestia, ossessionati da complotti e oligarchie inesistenti, in un ambiente piccolo, povero e tantissimo distaccato dalla realtà. Tutto questo non fa bene alla musica italiana. Abbattiamo con l’intelligenza e l’indifferenza questo regime di perditempo.
Aneddoti dalle date dal vivo ?
Tantissimi, da scriverci un libro. In poche righe preferisco dirti che abbiamo conosciuto luoghi e gente meravigliosa. Ogni città ha la sua gente e un modo particolare di accoglierti, esprimerti affetto. Per noi il live è questo, conoscere persone, confrontarci, scoprire attraverso il loro personaggio anche il territorio in cui vivono.
Per comporre quale processo prediligete? Jam-session, lavoro sul singolo strumento?
Entrambe le cose. Amiamo ascoltarci. Gatto Ciliegia è un vero gruppo in cui non ci sono leggi o leader ma volontà di costante confronto.
Ultimamente quale gruppo ti ha colpito maggiormente?
Sono rimasto piacevomente colpito da un concerto visto pochi giorni fa: Marta sui tubi. Possiedono tecnica, emotività e talento indiscutibili, superiori alla media. Meritevolissimi di attenzioni e successo, mi auguro che la “comunità italiana” possa riconoscerglielo, senza perder tempo, come dicevo poco sopra.
Se i Gatto Ciliegia fossero un colore, quale sarebbero e perché ?
Abbiamo scelto un colore per ogni disco realizzato e continueremo probabilmente a fare questo gioco. I colori sono la foto della nostra anima, in quel momento: siamo una gradazione di colori che non ha ancora preso in considerazione le sfumature. Colori precisi, giallo, bianco, blu, rosso. Il prossimo album sarà il caso forse di scegliere uno sfumato o un pastello… che dici?
La città in cui vivete é l’ambientazione delle vostre storie in musica ?
Non a priori. Certamente Torino è una città che aiuta molto l’evocazione di sentimenti che possono trasformarsi in atmosfere musicali e noi ci sentiamo molto torinesi, pur se i 2 terzi dei componenti vivono nella prima cintura. Anzi, i 4/5, per citare doverosamente due nuovi elementi che in futuro collaboreranno con noi (Lucio Sagone e Christian Alti, di Milano).
Mai pensato di fare musica per colonne sonore ?
Certo, ci pensiamo sempre e l’abbiamo anche già fatto per diversi registi. La nostra musica indubbiamente si adatta alle immagini, anzi oso dire che spesso i nostri album sono film, senza immagini. Ci piace a volte lavorare per immagini. Nel caso specifico di una colonna sonora non siamo però noi a proporci: è il regista che deve sentire compatibilità con la nostra musica. Siamo a completa disposizione.
Ascoltateli, ne vale davvero la pena.
intervista di Stefano Lorefice apparsa il 20/04/2006 su Impatto Sonoro
12 Dicembre 2007
Intervista ai Tirlindana
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Nel variegato panorama nazionale esistono numerosi gruppi rock. Pochi, però, si distinguono per la classe e la qualità della loro proposta.
Tra questi i Tirlindana.
Intervista di Stefano Lorefice
Qualità che si basa su solide composizioni non banali e classe che si basa su un’effettiva creazione di qualcosa di originale, nuovo; che riprende sì le strutture insite nel rock, ma le rielabora in maniera fresca e dinamica…i Tirlindana sono un’espressione chiara di questa classe e di questa qualità. Dal vivo, come i veri gruppi rock, lasciano frastornati. Cambiano quello che è e te lo ridanno a modo loro.
Ecco il risultato di una chiacchierata con Andrea “NoBono”, cantante della band:
L’impianto rock della vostra musica si intreccia in maniera originale con i testi delle vostre canzoni, quale iter seguite nella composizione? Jam-sessions ad oltranza, oppure ognuno arriva in sala prove con delle idee già strutturate? Quali influenze, soprattutto a livello di musica italiana?
All’inizio ci trovavamo con fogli e foglietti e abbozzi di idee che cercavamo di incastrare con risultati più o meno riusciti su parti di chitarra, per avere almeno una vaga struttura su cui lavorare tutti insieme.
poi siamo passati al metodo “premi rec e butta fuori” scoprendo cose di noi stessi che, proprio perché istintive risultavano nuove ..nuove e sconosciute anche per noi che le stavamo suonando.
una scoperta di zone nascoste, dell’inconscio, che stranamente vengo a galla più forti, nuove e vere di altre più meditate.
questo è diventato il nostro modo di lavorare: non c’è più l’ansia del foglio bianco e ti permette di scoprirti e, a volte, di fare i conti anche con un “paesaggio interiore” scomodo da ammettere.
da li si parte per dare una forma rock alle emozioni e agli umori.
Gruppi ed influenze?…le più disparate…stasera….Bauhaus Afterhours Giorgio Canali Cult…per me …domani mattina per tornare a Milano che so? Peter Gabriel…Timoria…te lo dico domani…
E le parole? perché la vostra musica ha un forte impatto a livello di testi, nel senso che privilegia una ricerca che pochi, oggi, hanno nel panorama italiano…
ma sai Stefano, dipende un po’ da che panorama guardi…ci sono band…e penso ai Marlene Kuntz, ai Massimo Volume, ai Diaframma (mio grande amore), che fanno del testo il protagonista del brano e poi ce ne sono altri…ora alla radio ci sono gli Sugarfree…che danno al testo un’altro ruolo.
a me personalmente riesce più facile cantare “non contano i sorrisi dati per mestiere…” che cantare “…applausi per Nobono…”…o “…”…sei immensamente Giulia”….ma forse ho un blocco con le canzoni in cui l’amore è esplicito….per farla corta:
io sognavo coi testi di Bono nel Joshua Tree, c’è chi sognava con Tarzan Boy. Io sogno di scrivere la nuova With or without you e chi cerca di scrivere la nuova “Obladì obladà”, in entrambi i casi l’impresa non è facile
Certo, sono d’accordo con te, poi uno sceglie cosa ascoltare o proporre…indubbiamente. Sulle band da te citate concordo in pieno, e sottolineo pure io l’assoluto valore dei Diaframma.
A proposito: state preparando qualcosa di nuovo?
…Stiamo terminando i nuovi brani che comporranno il nostro prossimo cd, avendo aggiunto una tastiera, anche il suono sta cambiando…ci piace quello che sta “venendo fuori”…c’è un’energia nuova, io….dopo anni a sentirmelo dire dietro le spalle, ho scoperto dai testi che sto scrivendo, che sono proprio un bello stronzo quando mi ci metto..ah ah ah
Dei Diaframma mi innamorai con Boxe e adoro Anni Luce…pensa che dopo anni da fan religiosamente dedito al loro culto, una domenica mattina di Ottobre mi sono trovato il Sig. Diaframma al bar sottocasa, io caffè e lui acqua, 2 Diana Blu, le sue, tanto rock n roll parlato….una stretta di mano ed un appuntamento a Como l’11 novembre per il loro concerto…i sogni che si avverano
be’ una bella notizia, parlami di questo nuovo lavoro, quando, come e perché…titolo?
questo disco ha avuto un’infanzia bella ma difficile…ha visto alcune facce cambiargli intorno ma ora che gli sono spuntati i dentini mi sembra che cominci a farsi rispettare…è quasi pronto per il debutto in società….
inizialmente si voleva chiamarlo “Puro purissimo Feroce”…oggi non ne sono più così convinto, un po’ ridondante…come chiamare un figlio Goffredo….
di certo, prima pensiamo di realizzare un mini di tre pezzi da mandare ai Sig. discografici, così per avere poi il diritto, davanti ad nulla di fatto, di fare gli incompresi…ah!ah!
m’è capitato poco tempo fa, di vedervi dal vivo…come sempre al di là della qualità della vostra proposta, ho notato il modo sincero e tenace che hai di stare “attaccato” ai tuoi testi, per te si va oltre il discorso puramente musicale, vero? Cosa stai leggendo in questo periodo, e cosa ti ha colpito negli anni?
amo le parole intense, quelle che le leggi e senti i profumi dei luoghi che raccontano, amo il potere di sintesi che a volte riescono ad avere ….una vita in quattro frasi…adoro gli sms proprio per questo…. mi rompo a parlare al telefono.
al momento sto leggendo “la leggenda di Redenta Tiria” di Niffoi…per questioni di sardità…essendo sardo l’autore ed io al 50% ….poi mi ha entusiasmato “La sua danza” di…mmmh…non ricordo, è la biografia romanzata di Nurejiev, il ballerino…è furiosamente rock.
ti suggerisco Sergio Atzeni…Bellas Mariposas o “Esistono due colori al mondo…il verde è il secondo” che è una raccolta di poesie sue….tanto per non spostarci dalla Sardegna.
ok, grazie, prendo nota e rilancio: “Non è chiedendomi ciò che non ho, non è pretendendo il sereno, che ci si gode il mare…” la musica celebra o lenisce le ferite? o entrambe le cose…
L’istante in cui nasce è un’esaltazione unica…la mia musica lenisce e celebra le mie ferite…quella di altri autori, a volte, riapre vecchie ferite guarite male…comunque è una presenza che mi è indispensabile fin da bambino, cioè da quando mia madre, per tutte le elementari mi ha svegliato tutte le mattine con “una donna per amico” di Battisti o “Sapore di sale” di Gino Paoli, colonna sonora della sua love story tra lei e mio padre.
quindi quando siete dal vivo per voi è un rivivere la nascita di ciò che avete composto, sia dal punto di vista esecutivo che emozionale…aneddoti da qualche concerto, in tutti questi anni?
direi di si, ed è per questo che prima di salire sul palco, ognuno di noi a modo suo, vive momenti di isteria….si sta andando a “mettersi nudi” in pubblico…
qualche aneddoto?…una sera in Valtellina, il gruppo che suonava prima di noi ha dedicato il suo concerto agli hooligans inglesi che stavano seminando violenza ai mondiali del ‘98….quando è stato il nostro turno, ho pensato bene di dire che proponevo di utilizzare questi tifosi (?) come cavie per la sperimentazione scientifica mandandoli poi affanculo…che dire? a fine concerto è stato difficile trovare un accordo col cantante ultrà.
un’altra volta, un nostro ammiratore, mi si è avvinghiato addosso senza volerne sapere di mollare la presa. Eravamo ospiti a Sazzo Rock….. ad un certo punto, non sapendo come fare a continuare, gli ho proposto di provare a volare e mi sono buttato giù dal palco con lui in spalla….risultato? un lungo applauso ed il menisco sx rotto….
E musicisti coi quali avete diviso il palco che vi hanno particolarmente impressionato?
Gli Afterhours per l’energia propulsiva di Manuel, curioso e ancora pieno di entusiasmo nonostante gli anni di militanza e gli obbiettivi raggiunti, i Timoria per quanto erano fumati e cordiali, desiderosi di sapere la nostra realtà di band e sinceramente amichevoli, Massimo Bubola per quanto se la tirava.
bene, siamo arrivati alla fine della chiacchierata, dimmi un po’: la voce, ci stai attento…? Alcune vostre canzoni, vocalmente non sono alla portata di tutti…altra cosa: concerti in vista?
la mia voce la maltratto…pensa che ho iniziato a fumare perché non mi piaceva e anche perché mi era piaciuto il gusto di un bacio..che coglione!!…..cerco di fumare meno quando devo cantare….poi, in verità, studio un po’ di tecnica con un maestro, …..senza eccedere.
suoneremo il 17 e 18 novembre con Jill Stevenson, una cantautrice americana che sarà in tour in Italia in quei giorni….proveremo dal vivo i brani nuovi..le altre date sono sul nostro sito (www.tirlindana.it n.d.r.)..grazie di cuore.
intervista di Stefano Lorefice del 05/11/2006 apparsa su Impatto Sonoro
12 Dicembre 2007
Intervista a Salvatore Passaro
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Un ritorno alla sua maniera, con la consapevolezza della strada percorsa, di tutti gli incroci, le soste. Un artista che ha sempre tenuto ben presente il concetto del fare musica col cuore, e per il cuore. Per le cose semplici, che si raccontano da sole per l’intensità che già hanno. Erz ritorna col suo vero nome Salvatore Passaro e ci consegna il nuovo capitolo del suo viaggio “Au Bout Du Monde” per la Casa discografica “Tuenda”, con quel sorriso un po’ così di chi sa e ci racconta con una chitarra in mano.
Intervista di Stefano Lorefice
Allora, dopo tutto questo tempo, come ci si sente di nuovo con la chitarra? Probabilmente non l’hai mai abbandonata, questi pezzi sono la naturale continuità di Desernauta, o marcano una differenza, anche solo sottolineata con il cambio da Erz a Salvatore Passaro?
La mia chitarra ( metonimia probabilmente di un gruppo di cose e di strumenti) … uhmm… domanda azzeccata, potesse parlare lei …no non l’ho mai lasciata, almeno non nel mio orecchio, nella mano ( destra soprattutto). IL fatto è che è passato del tempo dalla pubblicazione dell’ultimo album di Erz, “Desernauta” appunto, ma non c’è mai stato un intervallo. Pubblicare è un conto, scrivere e suonare è un altro.
Io non ho mai suonato tanto dal vivo perciò non sento la differenza. Ciò che cambia col tempo è la vita e quindi l’ispirazione, quella sì. E allora anche i pezzi cambiano e cambiano le idee che fanno di un gruppo di canzoni un album intero. …Album altra parola forse da approfondire: album è un insieme di pezzi scelti dall’autore, o forse una specie di compilation ( termine che oggi ha davvero un senso applicato); il concept-album è diverso: in questo senso Desernauta è stato il mio unico concept-album, un’idea precisa sonora ed espressiva.
“Au Bout Du Monde” (il nuovo album n.d.r.) invece non è la continuazione di Desernauta, è un mondo che ha nome Salvatore Passaro; forse Erz ritornerà alla sua maniera, anzi sicuramente. Ma come in tutte le cose che appartengono ad unica sorgente esiste fra i due lavori un punto di cucitura, un’aerovia in comune, il brano “Salvador”, che suona quasi come una personalissima terza via.
Effettivamente “Salvador” è la canzone che richiama di più al periodo “Erz”, ma il modo di affrontare i testi è comunque non banale, come prima; avverto però una pacatezza maggiore, nel senso che c’è una visione più chiara, meno contrastata in superficie, forse un guardare composto alle somme di un qualcosa che sta proprio lì “Au bout du monde”…
Certo, è così come tu scrivi.
Passaro/Francia: se ti dico Manonegra, Noir Desir, Holden?
Dici benissimo…e anche di più; Tiersen per esempio o Moustaky e Brassens, o più recenti Mickey3D amo profondamente la Francia e i francesi, la loro lingua si presta ad un folk più raffinato capace di offrire alla parola ed all’immaginazione non soltanto i voli che credo una canzone debba offrire sempre, ma anche un sentimento che si spande per la voce nell’anima da un punto di vista sempre universale anche se a parlare è l’individuo e le sue storie od emozioni.
Forse perché la provincia francese è ancora intatta in buona parte, magari un po’ contaminata (e questa è stata una fortuna da un punto di vista artistico) ma sempre a dimensione d’innamoramento e quindi di sogno: è cinema per buona parte più di quanto lo sia Parigi oggi.
Per quanto mi riguarda “D’azur” non è un episodio isolato, altro è già presente nel prossimo studio. Cantare e scrivere in francese è per me l’idea di un’altra vita, con o senza pubblico…
Ho vissuto negli ultimi cinque anni in Francia, ti capisco, e concordo: ci sarebbe da parlarne per ore; ho notato Alberto Fabris alla cooproduzione, ormai collaborate da diversi anni vero? Qualche aneddoto della prima registrazione a Londra nel ‘94?
Al per me è più di un fratello, è parte delle mie stesse canzoni.
Alberto Fabris nel 94 viveva a Londra, fu grazie a lui che io riuscii a mettere insieme una band eccezionale ed a trasferirmi lì per il recording, un sogno per il quale voglio ringraziare anche il mio discografico di allora, Franco Ricchiuti; eravamo 3 ragazzi più o meno coetanei, con gli stessi gusti musicali e soprattutto con la stessa leggerezza, risate a fiumi e molta pulizia…di aneddoti ce ne sono tantissimi, rischiammo l’arresto il primo giorno di prove, io parlavo in dialetto ai musicisti di Londra, la vita a Barnes… ma sono il meno adatto a raccontarli, magari se vuoi puoi scrivere ad Alberto sarà felice di raccontarne qualcuno, soprattutto dal suo punto di vista. Con “Au Bout Du Monde” ho ritrovato con lui e con Tommaso Colliva la stessa atmosfera di libertà e gioia di quel primo disco… impagabile, vale davvero tutto per me, al di là del successo più o meno conquistabile o cercato.
Belle parole le tue, e questo senso di continuo viaggiare, questo mood polifonico, multi-etnico, presente i tutti i tuoi lavori? Deriva solo dal fatto che sei stato parecchio in giro per l’Europa?
Non solo. certo ho girato a lungo ma credo i suoni che riproduco derivino dalla dimensione che ha il mondo adesso, un grande villaggio sonoro immenso
raddoppiato , reale e virtuale. La voglia di mettere insieme tante idee sonore deriva soprattutto dall’amore per la musica popolare, anche se oggi tutto è popolare o forse lo è sempre stato. Quindi si possono trovare in ogni genere di musica già suonata le vie per essere popolari, per fare canzoni più o meno sperimentali ma pur sempre da cantare o da ascoltare senza doverci pensare su. Altrimenti la sperimentazione è fine a se stessa (muesli per l’ego).
Bello da parte tua lo spunto sul mood polifonico, mi è difficile pensare che sia presente nelle mie canzoni e mi lusingherebbe il fatto che lo fosse; ma la polifonia o se vogliamo la coralità è una delle vie che potenzierò nei prossimi lavori, tante voci ben armonizzate, calibrate, disegnate possono riempire molto l’orecchio e l’anima di chi ascolta, portarlo lontano in un solo istante. La ricerca di qualcosa di diverso nella propria musica deve cioè essere rivolta sempre a se stessi, cioè a ritrovare stimoli ed euforie, non certo a vantarsi delle proprie ricerche e quindi della propria ricercatezza…la gente crede nelle nostre emozioni, ma per averle dobbiamo prima trovarle e ritrovarle e rinnovarle e scoprirle e cosi via…
Questa diversità io la esprimo per adesso nella dimensione del cantautore, abito che adoro tanto da farlo diventare il vestito della festa di tutta la mia vita.
Muesli per l’ego, bella definizione, quindi ritrovarsi è un po’ cantarsi, in cerca del fuori? Concerti in vista per questo nuovo album?
Permettimi di chiudere il chiasmo che hai aperto: ritrovarsi è un po’ cantarsi cosi come cantarsi è ritrovarsi per … continuare a cercare. Che cosa non lo so, certo è che cercare dà più longevità del trovare… se il proprio tempo è ancora quello delle domande vorrà dire che abbiamo ancora voglia di fare un po’ di casino.
dicevi concerti?
si, ne farò uno solo stavolta, ho deciso così, voglio qualcosa di unico da non poter ripetere.
a marzo, a Milano.
Bene, ultima domanda: musica che ti ha colpito ultimamente? E cosa gira nella tua radio, in macchina? (vabbé sono due, ma chi se ne frega…)
Due domande ma la sostanza è sempre una; non ascolto musica attuale, intendo non recentissima.
Ma segnalo Davendra Barnard ( si scrive cosi spero), Ronrocos, disco di charango e oltre,
pochissimi cantautori italiani se non Fossati nel non recente lampo viaggiatore e l’innocenza integra di De Gregori.
Conte va bene almeno nei giorni di pioggia. Sul fronte club mi annoio alquanto da sempre (e mi hanno davvero stancato) e il pop se non è la solita lamentela di gente mollata che no si riprende (mi ricorda un verso di musica ribelle, cantanti con cuori infranti) è davvero lassativo.
L’unico pop all’altezza di una certa devozione è quello dei Phoenix, l’ultimo cd è davvero un viaggio pregevole ( North per esempio).
Voci R&B sempre, su tutte Alicia Keys, folk salentino e pizzica, Gainsbourg, Mickey 3d, Julian Clerc, Air.
Rock, mi spiace ma resto a At the drive in del terzo disco, nine ich nails, no perfect circle si tools ma con debita dose di buon umore preascolto.
In Uk adoro a volte e con nostalgia solo pochissime cose, certo i Coldplay ma con molto molta parsimonia, joy division, etc…
A tutto questo dedico solo 1/3 del tempo che riservo alla musica, il resto è per quella che ho bisogno di scrivere e di suonare…
intervista di Stefano Lorefice del 23/03/2007 apparsa su Impatto Sonoro
12 Dicembre 2007
Intervista ai Milaus
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Il loro quinto lp, “JJJ”, convince e sta ricevendo ottimi consensi da tutta la critica, proiettandoli finalmente come una delle più importanti band del panorama indie-rock italiano. Minchia, i Milaus!
Intervista di Stefano Lorefice
Di band rock in Italia ce ne sono parecchie, di band rock che
“scimmiottano”, anche con dignitosi risultati, il mainstream estero ce ne sono ancora di più… però, in questi ultimi anni, c’é stata una nascita(ri-nascita) di un “sottobosco”, per chi preferisce l’esterofilia di cui sopra “underground”, di realtà nuove, che, sì, prendono slancio da un certo modo di fare musica tipicamente anglosassone, cercando però, con originalità e talento, di fondere più influenze, arricchendo con gusto delle composizioni niente male.
In questo sottobosco l’indie-rock ha validissimi rappresentanti…dagli Yuppie Flu, la band forse più conosciuta, ai lombardi Milaus, che si presentano con “JJJ” ( loro quinto lp, uscito per Blackcandy) pronti a fare, quello che si dice in gergo il “botto”. Ecco il resoconto di una chiacchierata con Max (voce, chitarra…violino…) della band.
Allora Max, il nuovo disco è appena uscito, vogliamo parlare della gestazione di questo “JJJ”: un incisivo affresco indie-rock o qualcosa che si affaccia oltre?
Max:“JJJ” ufficialmente è uscito a Novembre 05 (per la Blackcandy, n.d.r.).
La gestazione è stata assai lunga e credo tortuosa. L’album è stato registrato l’estate scorsa ed ultimato in autunno sempre al Bips Studio di Milano; mentre lavoravamo è giunta la notizia della nascita della mia seconda figlia, così l’uscita, che doveva essere a gennaio 05, è stata posticipata…
Lo ritengo un album sofferto, partorito in un periodo di massima maturità della band, infatti io lo considero “più maturo dei 2 album precedenti”. Tu come lo trovi?
JJJ sta sicuramente a Jesus, mentre le altre 2 j non so… fai tu… Janis Joplin, Jim Morrison, Jimi Hendrix? Forse inconsciamente il titolo si rifà a quel periodo, in cui le famose 3 J morirono nel giro di 2 anni se non sbaglio, forse è un segno di fine, forse è un taglio netto, forse è il messaggio più chiaro che siamo riusciti finora a lanciare in musica…
Sul genere rimango sempre ancorato all’icona indie-rock, però a mio avviso le cose che guardano oltre sono: l’uso di strumenti quali clarinetto, fisarmonica, piano, rumori strani e l’incastro delle melodie vocali con il tappeto sonoro di sottofondo. Forse sono canzoni che non ti restano in mente mi chiedo…del resto nessuno si è mai preoccupato di comporle diversamente.
Ci sono tanti stati d’animo, le canzoni non sono nuovissime. L’ultima composta credo che sia “JJJ” che è del 2004. Nelle canzoni c’è tanto che si vuole comunicare, alcune mie frasi sono legate ai miei figli o al tema di mia madre…
Non tutti i testi sono miei, una buona metà sono di Fabio e di Lorenzo. Qual è il tuo brano preferito?
Beh, trovo che “Traffic” la stessa “JJJ” piuttosto che la prima e “She’s beautiful” o “Attitude…” siano delle bellissime canzoni di indie-rock, però ho notato una certa voglia di ricerca sull’aspetto “musica” non intesa solamente dal punto di vista “rock band” bensì volta all’esplorazione degli strumenti che tu hai messo nella categoria “cose nuove” e credo che l’esperimento sia pienamente riuscito, in più é netta una certa rifinitura dei pezzi, a partire dall’uso quasi “decorativo” di certi giri di chitarra, e tempi di batteria, per certi aspetti é una ricerca quasi “progressive”?
Max:Onestamente il progressive è una cosa che non conosco moltissimo,
forse è una ricerca progressive non nel senso della tecnica portata al limite (perché alla base non siamo assolutamente dei gran tecnici) che caratterizza un po’ il progressive, ma piuttosto una ricerca di “incastri melodici e armonici” particolari e originali che fanno l’altra faccia della medaglia del progressive che conosco…ad esempio i vecchi King Crimson (che ho scoperto e capito solo da pochi anni) mi sembra che andassero in entrambi questi sensi… Ci ho azzeccato?
Tu conosci il Progressive? Mi sai segnalare qualche gruppo interessante?
Parlando di origini, tu conosci gli SLINT. Dicono che abbiano inventato il
post rock o l’indie rock, il loro primo album è del ‘92, uscito in completa sordina, nel momento in cui prendeva piede il grunge. Anche questi me li hanno fatti sentire solo qualche anno fa e ho capito molto delle radici delle cose che suono…
Comunque mi facevi notare la bravura del batterista Claudio, bravura che ti confermo (forse dei 5 è lui il più tecnico ed energico nello stesso tempo)… è un bravo ragazzo in cerca della donna con la D maiuscola…cosa ne pensi dei cantati? Cantiamo sia io, che Lorenzo, che Fabio…
Sì, intendevo proprio questo: una ricerca sui suoni e sulle armonizzazioni di spiccato senso progressive, ed agli inizi il progressive era proprio questo….(poi ci si é messa l’iper-tecnica, che non é deleteria, ma é solo un’altra componente, non una base di partenza), per quanto concerne le vostre influenze mi sento d’accordo con quello che mi hai detto, però vorrei chiederti a livello compositivo come vi comportate: jam sessions ad oltranza oppure arrivi in sala prove con il pezzo da “sistemare”, beninteso, tu piuttosto che altri della band?
Max:Abbiamo sempre avuto una tendenza compositiva legata all’improvvisazione di gruppo. Credo che l’80% dei nostri pezzi siano stati composti partendo da riff di chitarra, di basso o tempi di batteria nati dall’improvvisazione. Credo che quando un gruppo musicale (almeno che suoni il nostro genere) riesce a comporre in questo modo si avvicini molto ad un approccio democratico (per dirla in politichese) nella stessa composizione.
In qualche raro caso, più in passato che oggi, sono stati portati dei pezzi già pensati, arrangiati e finiti. Non ritengo sbagliato neppure questo di modo di creare musica e canzoni, forse dipende un po’ dalla personalità dei singoli componenti e da quali dinamiche si creano nel gruppo che, come
ricorda qualcuno, è “qualcosa più della somma dei suoi elementi”. Comunque certe canzoni ci abbiamo messo anche più di un anno a finirle e non so dirti se rendono di più di quelle composte in breve tempo. In JJJ: she’s back again, miracle, so beautiful, e la stessa jjj sono venute di pancia, subito
e le abbiamo finite in breve tempo. Ti chiedo se in generale le canzoni dell’album sono canzoni che un po’ ti rimangono in testa, oppure canzoni da esplorare con ripetuti ascolti oppure qualcos’altro… Credo che alcuni nostri pezzi passati (es. happy coccinella) abbiano una squisita vena POP, non so questi ultimi… Cosa mi dici? Comunque improvvisare è una gran bella scommessa nel senso che lo impari a fare solo dopo anni che suoni con quelle persone. Improvvisare è anche una bella “bagarre” come si dice nel ciclismo, nel senso che è quasi come se si facesse una vera e propria discussione nel gruppo, soltanto che al posto che con le parole, la discussione la si fa con le note e con i suoni… Per cui ti sembra proprio che uno suoni come parli, oppure che per ribellione alla propria verbalità si comporti all’opposto…
Non so se sono chiaro…
Trovo che “jjj” sia un album più omogeneo dal punto di vista dell’intensità,
che ci sia un maggiore bilanciamento fra le varie caratteristiche del vostro “fare musica”, è evidente una maturazione. Passando oltre, che mi dici della scelta di “utilizzare” non solo la tua voce, riallacciandomi alla tua domanda di prima?
Poi, per saltare ad argomenti un po’ “gossip”: so che avete suonato in vari posti nello Stivale…qualche aneddoto?
Max:Sulla scelta di usare altre voci ti posso dire che sin da subito, almeno per la voce di Lorenzo, è stata una cosa naturale. Lui ha sempre cantato qualche pezzo ed anche il fatto che cantassi più io di lui è venuto naturalmente, nel senso che nessuno ha mai detto quanto ciascuno dovesse cantare. Le due voci sono abbastanza differenti, lui canta solitamente poche
parole ed è molto ermetico nell’uso della voce, mentre mi sembra che il sottoscritto cerchi maggiormente le melodie e un inglese un po’ incasinato, forse troppo a volte…
Fabio canta da JJJ, credo che anche il fatto che io esca per un po’ dal gruppo li abbia spinti a sperimentare, a osare maggiormente. Anche il batterista Claudio, negli ultimi brani si diletta facendo i cori…Quindi direi che i milaus in 4 o in 5 di risorse ne hanno! Per quanto riguarda gli aneddoti te ne dico alcuni divertenti:
- ci è capitato di incontrare i 99 posse in autogrill durante dei concerti nel sud italia, e ce li siamo beccati a mangiarsi un bel panino al Burger King, ovvero l’equivalente del MC Donald Europeo. Non mi sembra tanto in linea con quello che dicono nelle canzoni;
- altro aneddoto, Claudio (il batterista) nel 2001 a Catania per lasciare il nostro CD al bassista dei marlene kuntz si fece una cosa come 2 KM di corsa dal ristorante al pulmino e ritorno in un tempo assurdo…non so se poi il personaggio marlene l’abbia mai ascoltato il CD;
- a Livorno dopo un concerto sfioriamo una rissa con dei bulli locali toscani sanguigni che mi avevano fregato il cellulare, dopo che Zonca (il bassista) semplicemente gli fa una battuta alla valtellinese del tipo… “Uè raga qualcuno ha visto un cellulare?”. La rissa poi se la fanno tra di loro con tanto di personaggio con testa sanguinante…
- poi le varie trasferte con il pulmino che si rompe o si scarica la batteria… Una volta è successo in centro a Napoli con un sacco di persone che si fermano con i famosi cavi per riavviare il motore…
- al ritorno dall’Olanda, in Germania Fabio Bonelli cerca di distrarre il poliziotto che ci ferma con discorsi in tedesco maccaronico sulla privacy per coprire i compagni di viaggio e le rispettive sostanze illecite…
Il tuo rapporto con le parole, visto che ti occupi pure di “fare” poesia, a quale testo sei più legato nel nuovo album?
Max:Il mio rapporto con le parole nell’ambito Milaus non è molto semplice…
Primo perchè si canta in inglese che non è la nostra lingua, secondo perchè non lo conosco benissimo (molti testi nostri sono stati scritti con altri amici), terzo l’inglese è la lingua nella quale ci siamo abituati a cantare sin dall’inizio della nostra storia. L’altra mia passione, ovvero la poesia, riguarda invece in
toto la lingua italiana.
Qualche sperimentazione (testi misti in italiano, inglese, dialetto) l’abbiamo provata negli album precedenti. Poi la strada è rimasta lì, forse perchè non ci si credeva più di tanto. In effetti a mio avviso cantare in lingua italiana e in lingua inglese è molto differente, per varie ragioni: modulazione della voce, metrica, costruzione e profondità dei testi etc…
Non è così scontato passare da una lingua all’altra e forse anche il genere nostro
non si presta tantissimo…
Comunque il testo di jjj a cui sono più legato è “searching in all love songs”, bene o male nei miei testi c’è sempre il tema dell’assenza, dell’abbandono e della ricerca di qualcuno… a tratti mi convinco che questo qualcuno sia mia madre (che ho perso 12 anni fa), oppure la paura di perdere i miei figli dopo il “miracolo”della loro venuta al mondo… anche “she’s back again” fondamentalmente è un
testo centrato sul desiderio del ritorno.
Il testo di jjj invece è una sorta di preghiera-ninna nanna finale autoterapeutica, come via d’uscita possibile in questo marasma delle assenze che hanno permeato la mia vita…
Che dire…in bocca al lupo Max, per te e per i Milaus…avete stoffa…ed idee.
intervista di Stefano Lorefice del 16/03/2006 apparsa su Impatto Sonoro