…quelli come Fabiano Alborghetti, che si occupano del rumore di fondo, della base, del dire puro; gente rara, per certi versi preziosa, che è nella poesia non solo scrivendola.
Quindi è con piacere che ho potuto rivolgere alcune domande a Fabiano, tenendo ben presente il discorso poetico da lui intrapreso nei suoi due libri editi da Lietocolle: “Verso Buda” e “L’opposta riva”.
- La poesia oggi: ha ancora senso parlare di poeti in prima linea nella società? Ti domando ciò in relazione al tuo ultimo libro uscito per Lietocolle “L’opposta Riva”. Trovi che il poeta debba immergersi nell’adesso o debba avere un certo distacco per poterne parlare?
Allora Stefano, prima di tutto un assunto che perseguo: non sta al poeta dare le risposte quanto invece porre le domande. Tenendo però conto che molta poesia è cosi ombelicale da non prender in considerazione né le domande né le risposte è chiaro che quei pochi che guardano fuori “dalla stanza” sono considerati poeti in prima linea. Ce ne vorrebbero di più, questo è certo, ma ci vorrebbe a pari passo anche una buona dose di attenzione. E’ troppo facile scrivere della guerra e non avere la minima coscienza di cosa sia. Allora è verbo che rincorre se stesso in modo involutivo e li si ferma. Sarà allora una poesia che comunica aria fritta. Con l’opposta riva quanto ho cercato di fare è stato questo: prima di scrivere dei clandestini, ci ho vissuto per tre anni, gomito a gomito, mangiando e dormendo, in coda per i permessi di soggiorno, in fuga dalle retate della polizia, nella solitudine dei dormitori e via citando. Volevo sapere per comprendere. Con la comprensione dal vero è arrivata la scrittura, ma solo dopo.
In tutta onestà, porre domande e spingere chi legge a elaborare una qualsiasi forma di risposta è già vincere una scommessa. A pari merito mi sembra la questione che tu giustamente sollevi dell’immersione nell’adesso o del distacco. Un certo distacco ci vuole altrimenti si rischia appunto di cadere – scrivendo – già nell’elaborazione della risposta. Da fuori, bisogna essere immersi: sembra un paradosso ma è cosi.
Immersi nell’adesso, essere coscienti di quanto attorno e filtrarlo è però qualcosa di difficile da fare. Ci sarebbe una materia enorme a cui attingere: precarietà del lavoro, snaturamento dei rapporti e via citando, eppure molta poesia ancora tende alla propria stanzetta, a rimanere circoscritta al micro-universo e ciecamente. Poniamo allora la domanda – questa volta ammessa – del perché facciamo poesia. Cosa voglio dire? Dove voglio andare? Ho un mestiere (o presunto tale) che – come poeta – affermo di possedere (non ci sarebbero pubblicazioni se fosse il contrario). Bene: e questo mestiere cosa produce?
- Concordo con quanto hai detto, e ci aggiungo che il poeta dovrebbe esporsi(nel significato etimologico del termine), anche oltre il detto/scritto. C’é una sorta di etica che trovo, a volte, messa in secondo piano, ma rimane oltremodo fondamentale. Un certo rigore di fondo che dovrebbe essere metodo di ricerca e produzione.
L’etica a volte viene soffocata da troppi esempi del Novecento coi quali bisogna confrontarsi: trovo giusto che si abbia memoria, trovo altrettanto giusto mettere l’arte da parte e proseguire coi propri piedi. Trovare quindi il proprio linguaggio senza porsi il problema delle possibili ingerenze esterne. E’ anche quello il rigore che riconosco nella tua domanda, perseguire la propria lingua e la scoperta, immergersi all’interno del “progetto poesia” attingendo dell’esperienza. Vedi, la parola esperienza e la parola etica fanno a cazzotti, messe assieme: l’esperienza è quella somma di fatti e spesso di errori da cui si impara per “aggiustare il tiro”, per crescere e fare meglio alla volta successiva. E’ quella somma di tentativi che bene o male ci instradano. La parola etica invece è quella scienza del costume che, regolando le azioni dell’uomo in conformità con la legge morale, è volta al conseguimento del bene, quindi potenzialmente nasce già scevra da errore. In poesia credo debba avvenire la fusione. Potremmo cosi mettere insieme e fondere i due concetti con astuzia: usare l’etica per avere un rigore di fondo teso ad essere metodo di ricerca e produzione ma allo stesso tempo avere l’improvvisazione, ed ecco apparire la parte “sbagliata” , quella dell’errore che però è quella che ci porta più lontano. Ecco qui il tuo concetto di esporsi, mettersi in gioco, avventurarsi. Viene contratto un debito che certamente non verrà mai saldato.
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C’é anche un certo rispetto da tener sempre presente nei confronti del lettore e del foglio bianco…
Assolutamente sì. Concordo certo con quanto detto da Derek Walcott: “la poesia è la coscienza della cultura” ma senza ammantarmi di universalità. Il rispetto per il lettore è quindi doppiamente fondamentale. Nel momento in cui mi pongo pubblicamente ed offro la mia scrittura (o quanto creo) agli occhi dell’altro devo tenere presente che quel dato fruitore elegge quella data forma d’arte (poesia in questo caso) come mezzo comunicante e non è quindi un imbecille: io non posso permettermi di affermare che qualunque idea balzana è una verità assoluta. Ci vuole severità. Ci vuole soprattutto onestà. Basta con la presunzione di essere i portatori del verbo. Al massimo siamo mezzi che esercitano la riflessione e solo di questo ci vorrebbe consapevolezza. Non sta a noi dare le risposte ma piuttosto sollevare delle domande, questo si, e a volte - nell’incapacità di sollevare le giuste domande – è meglio non fare, non dire. Per questo, spesso è preferibile lasciare il foglio bianco: riempirlo di niente sarebbe altrimenti un’offesa, anche verso me stesso. Non siamo universali ed il foglio bianco è segno di grande rispetto sia per la coscienza cui apparteniamo sia verso quel silenzio che dobbiamo rispettare.
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Come vedi il discorso della ricerca in poesia, soprattutto in relazione ai tuoi due libri?
Allora, ti risponderò con quello che ho scritto per il blog di discussione curato da Fabrizio Centofanti e che credo sia la sintesi di quello che è il mio lavoro in poesia.
Già all’atto di scrivere Verso Buda (il mio primo libro del 2004) le tematiche accennate che cercherò poi di definire e di perseguire nelle successive raccolte (L’opposta riva edita nel 2006 e Registro dei fragili a cui stò lavorando) sono la preservazione della memoria in opposizione allo scorrere del tempo (e la perdita – in tutte le accezioni possibili – che il tempo esige) e la collocazione (del luogo nella coscienza dell’uomo, dell’uomo nei confronti del tempo, del tempo in rapporto col luogo).
Se la tematica è però qualcosa che improvvisamente s’affaccia e prende corpo, t’instrada inconsapevolmente, il come dirlo, il come arrivare alla sintesi di quello che supponi sia il significato che intravedi necessita tutt’altro tipo di approccio.
Verso Buda è stato scritto ascoltando un luogo in un momento in cui necessitavo di fuga e respiro. Al tempo della scrittura di V.B. avevo appena terminato un periodo di 3 anni vissuti tra i Clandestini. Come libro, L’opposta riva nemmeno esisteva: era tutt’al più un abbozzo di idee. Per dare coesione alla massa di cose che sarebbe poi diventato L.R., per capire come e cosa avevo vissuto e come e cosa avevano vissuto i clandestini, ecco li c’è voluto un lavoro di ricerca immane. Già era stata una ricerca (nell’accezione del termine) mettersi in contatto con le varie etnie, farsi accettare grazie a degli intermediari (a volte anche interpreti) ma durante e successivamente c’è voluto un lavoro quasi “catastale” di ricerca storica, geopolitica. Occorreva per dare giustizia alle voci che avevo ascoltato, occorreva – per avere un secondo piano di visione e più ampio - non solo il punto di vista
Ecco, non so se ti ho risposto, ma per me, se parliamo di ricerca, valgono queste due polarità: quella della dimensione interiore da perseguire perché appartenente ad una dimensione innata, una lingua dominante e genetica che emerge e va mantenuta, cosi come un lavoro non solo d’ascolto ma di documentazione. La documentazione, tra l’altro, serve anche per essere adiacenti al tema e immergersi sporcandosi le mani, ma sul serio. Altrimenti sarebbe aria fritta. Di che parlare altrimenti, perché inseguire (o essere inseguito) da questa poesia sociale (cosi verrebbe definita, io non mi pronuncio) se per riempire il foglio di lettere basta la sola invenzione? Ma l’invenzione è cosi onesta, poi? Per me (e parlo per me) no. E’ filtrata, è corrotta. E’ la traslazione di un’idea, è la ricostruzione di un fatto. Ma non è IL fatto.
- Sì, poesia civile, altri contemporanei italiani che ne scrivono e ti senti di consigliare? C’è chi dice, poi, che il poeta non deve esporsi chiaramente, ma per metafore, in tale materia…
Gianni D’Elia mi piace molto. C’è la “redenzione” di Raboni con l’ultimo libro che ne è un esempio (che possa piacere o meno). Guido Oldani, che con l’uso delle metafore e dell’umorismo offre delle palate di riflessione.Te lo ricordi il libro “sirena operaia” di Bellocchio? Ecco, lui è un esempio palese di poesia civile. E Pasolini, poeta e saggista.. Poi c’è la generazione dei miei coscritti che entro poco porterà sorprese, rinnovamento, si sgancerà finalmente dalla poesia ombelicale o autoreferenziale per mettersi finalmente in gioco, essere parte del gioco e non spettatore cieco..
Se poi esporsi – parlare – lo si deve fare in chiaro e per mezzo di metafore, ecco, non so dirti quale è il “metodo” migliore. A me piace parlare chiaro e le metafore non le uso. Ma guarda un Giampiero Neri, che travestendo il fatto (mimetizzando sarebbe più giusto dire), creando analogie con l’universo botanico, col regno animale riesce a dare spaccati di crudeltà umana che altrimenti non avrebbero la stessa pregnanza. E allora chi è nel giusto e chi no? Non è il come dici, ma il COSA dici che a mio avviso deve essere la questione.
- Concordo anche in questo caso, pienamente, ci aggiungo anche i lavori di Majorino, per esempio il suo “Gli Alleati Viaggiatori”, immensa raccolta con forti valenze civili, a mio avviso. Dimmi una cosa: Milano ha un fervido brusio poetico oppure si sta spegnendo?
E come annotò Victoria Surliuga in una sua passata recensione, Majorino arrivò ad una lingua più scarna, più diretta per arrivare a raccontare di quelle migrazioni di animali, spostamenti di popoli, per incarnare più direttamente le immagini captabili (e svolte) in più direzioni. Ecco, vedi? Ancora una volta ritorna il punto del linguaggio del poeta.
Milano offre una varietà di linguaggi quasi oceanica e questo può essere un bene: più voci, più dialogo, più scambio. Assurdamente invece accade il contrario. Ci sono cosi molte congreghe, scuole, cappelle che agiscono rimanendo saldamente all’interno dei proprio confini e solo saltuariamente interagiscono con terzi. E quell’interagire prevede sempre l’appartenenza al proprio gruppo. Sicuramente verrò smentito per quanto affermato, si viene sempre smentiti quando si indica con chiarezza qualcosa di scomodo. Il brusio, dici…il brusio di molti singoli che si prendono a gomitate per guadagnare i 15 minuti di gloria teorizzati di Warhol, quindici minuti inseriti nel grande nulla, nella bolla dei brusii. Guarda, si potrebbero veramente coalizzare le forze e creare qualcosa di sostanzialmente attivo ed importante: alla somma dei brusii io spero invece nel contrario, qualcosa tipo una composizione come quelle dirette da Bernstein, dove la chiarezza, il fulgore dei “suoi” ottoni faceva nascere istintivo uno stupore: era pulizia congiunta a un pieno controllo e potenza. Ma Milano, cosi come decine di altre realtà, non sono fulgore: sono ottone ossidato e sordo.
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Bene, credo che tu abbia sollevato parecchi punti sui quali riflettere, e, dato il rinnovato interesse che si dice stia suscitando la poesia, come ti poni nei confronti del “dilagare” di premi letterari e raccolte di nuovi autori che stanno uscendo negli ultimi periodi? Inflazione?
Dove c’è una forte domanda, ecco che prima o dopo si compie l’offerta ed è legge di mercato. Nello specifico la poesia è un settore in continuo aumento, proprio per l’oceano di premi di poesia. Siamo - credo – il paese con il maggior numero di premi letterari in Europa. Siamo anche un paese che annovera un numero sconsideratamente alto di scrittori (di qualunque genere), quanto un numero vergognosamente basso di lettori. Su quest’ultimo punto non mi addentro perché ogni volta mi torna la gastrite. Dico però questo: ci sono premi di alto valore e non parlo solo del lato economico (che comunque ha un suo perché…) e le ragioni per parteciparvi sono molteplici, dalla serietà della giuria, all’organizzazione che concorre al rimborso spese, dalla risonanza che il premio ha nell’ambiente “che conta” , al mero premio in denaro appunto (ci si può anche pagare una bolletta, una affitto…). Se poi a vincere è l’edito (possibilità esigua, remota ma non cosi improbabile) , insomma, la soddisfazione è forse uno dei moti primi che spinge a voler concorrere.
C’è poi un sottosuolo immenso di premi che celebrano il sottosuolo, che sono creati appositamente per il sottosuolo e non hanno altre velleità che non il raccoglimento delle quote d’iscrizione come veicolo per la sopravvivenza di questa o quella associazione e che, col pretesto del premetto rimpinguano le casse o peggio – se associazione alle spalle del premio non esiste - sono quote d’iscrizione che ingrassano Tizio o Caio. Immagina: 15 euro a persona per un totale di invii che varia tra le 150 e le 300 poesie… I conti son presto fatti. Senza contare che per presenziare alla cerimonia di premiazione, al concorrente viene richiesto oltre che di sostenere le spese del viaggio, anche di pagarsi l’alloggio qualora questo abiti veramente lontano e non possa rientrare subito dopo. E per cosa? la pergamena, il vaso decorato dall’artista locale, la pubblicazione dell’inedito che viene offerta “omaggio” al primo classificato in cento copie dalla tipografia dietro l’angolo?
Teorizzo un rinsavire su questo piano. Teorizzo anche una coscienza di sé che faccia – se non deporre la penna – almeno comprendere che la poesia non è carta imbrattata secondo l’umore di una sera per essere premiata dal fan club del tinello.
Sulle raccolte di nuovi autori il discorso prende tutt’altra piega. Diciamo che consideriamo solo quelle serie e non le pseudo-pubblicazioni dove dietro pagamento di quota X, vengo incluso (o raccolte collettanee che fanno gioco all’editore perché includendo 100 “poeti” che parlano dei fiori, del mare, del cielo, delle farfalle, ottengo un volume che poi andrà acquistato dagli autori medesimi: 3 copie cadauno, per mammà e papà, me stesso e l’amico, moltiplicato per cento fa – per l’editore – numero ma sopratutto guadagno…)
Le raccolte di nuovi autori, le “antologie” servono a monitorare quello che può essere un panorama esistente. E’ un lavoro immane, l’esistenza di giovani poeti validi è vasta e spesso non totalmente circoscrivibile. Occorrono anni per assemblare quello che sarà un volume che all’uscita pubblica sarà già leggermente obsoleto. Non cosi obsoleto ma nel frattempo altri si saranno aggiunti perché scoperti strada facendo. L’Antologia perfetta non esiste. Materialmente non può esistere perché poi entrano in gioco sottili fattori nella composizione che se validi per alcuni, saranno da demonizzare per altri. Perché Tizio si e Caio no? Ed ecco il via alla polemica che infuria, al tifone di aria fritta.
Ci sono fior di Editori che si sono impegnati in tal senso, evitando come la peste le “marchette” che portano solo danni e tolgono serietà al lavoro. In questo caso i curatori nemmeno conoscono di persona chi è da inserire, ma si basano sulla validità del prodotto poetico. Non importa nemmeno quante pubblicazioni il singolo prescelto ha alle spalle, o quante collaborazioni per riviste et simili: il testo parla e lo fa seriamente? Bene, ci sono i parametri perché sia incluso. Altrimenti raus!
Ci sono altri casi, aimè, in cui l’Antologia è palesemente una marchetta: i curatori tendono a includere i propri protegé con conseguenze facili da predire, teorizzare. Io non mi farei includere in una Antologia avendo per vicino un incapace capace però di vendere bene la propria immagine. Lui sicuramente dall’Antologia guadagnerebbe autorevolezza. Io ne perderei in serietà. Tu che dici? Non è l’inclusione in questo o quel testo che fa di me un autore valente. E’ la mia poesia punto e basta. Non conta nemmeno la persona che rappresento (la mia biografia). Ciò che DEVE rimanere è solo il testo.
Però c’è un metodo, per quanto folle e inattuabile…. Sul lato Antologie, quello che vedrei coerente sarebbe una coalizione e ti spiego come: so che Luigi Nacci da Trieste ha compiuto un lavoro possente e ben strutturato, componendo una analisi di poeti Friulani che ha visto anni di lavoro e qualcosa come 35.000 testi letti, analizzati, etc…Ora non ricordo il numero esatto di Poeti, ma il numero di testi parla da sé. E’ qualcosa che ha potuto fare vivendo nel luogo ed avendo conoscenza territoriale capillare, oltre che una passione ed un impegno mirabile.
Ci sono altre persone che in altre regioni, compiono lavori analoghi. Bene o male, ci si conosce tutti, si hanno contatti. Bene, componiamola questa mappatura regione per regione, mettiamo i risultati assieme. Andrà poi sfrondata – e di molto – se non si vuole arrivare a pubblicare una Treccani della poesia, però è fattibile e soprattutto sarà precisa. E’ qualcosa che oltre ad avere serie basi su cui poggiare, ha una utilità.
Per come è invece ora la situazione è tutto uno scagliarsi – ogni volta – sulla validità di un lavoro o meno. Che resta? Il comporre da noi la nostra mappatura, in privato, confrontando le diverse pubblicazioni. Sarà il buon senso a darci la misura di cosa accade e per mezzo di chi, di cosa è scritto e come. E cosa più importante, servirà a darci la misura del confronto e perché no, anche dell’umiltà.
A patto di ascoltare sia il buonsenso che l’umiltà.
Note Biografiche:
ALBORGHETTI, Fabiano: nasce a Milano nel 1970, vive a Sesto San Giovanni (Mi).
POESIA: ha pubblicato la raccolta di poesie Verso Buda (LietoColle Libri 2004) e L’opposta riva (LietoColle Libri 2006). Altri testi poetici sono presenti in svariate antologie, fra le quali Il presente delle poesia italiana (Lietocolle Libri 2006) e Verba Agrestia (Gallarate 2005).
TEATRO: Assistente alla produzione per lo spettacolo FOSCO LE ROI di Ana Maria Ghisalberti e Daniele Manini (in scena al Teatro della Memoria, Milano nel Giugno 2002). Prodotto da Teatromateria,Milano. Autore del testo breve SANTO SPACCIA (in scena al Teatro Out-Off di Milano nel giugno 2003). Inserito nella rassegna “Città in Condominio” a cura di Giampaolo Spinato e Renata Molinari. Co-autore con Daniele Manini e Roberto Barbini con lo spettacolo PAROLE STANZE. Prodotto da Banda Putiferio, attualmente in tournée. Co-autore con Monica Patrizia Allievi dello spettacolo LA NOTTE DEI DESIDERI tratto da una novella di Michael Ende (con il nulla-osta degli Eredi e dell’editore tedesco). Prodotto da ATIR Milano, in scena a partire da Agosto 2005.
Collabora con la redazione di LietoColle Editore e con la rivista “Le Voci della Luna”
(intervista di Stefano Lorefice)